Ddl Nordio approvato. La riforma della giustizia del Governo Meloni diventa legge

La giornata di oggi si è aperta con l’approvazione, da parte della Camera in via definitiva, del controverso ddl Nordio in merito alla riforma della giustizia. Il primo passo dell’esecutivo guidato da Fratelli d’Italia verso l’obiettivo di attuare una “giustizia più giusta”, come inserito all’interno del programma elettorale. Il ddl in questione, infatti, si lega a una seconda proposta già varata dal Consiglio dei Ministri in tema di riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e in merito alla separazione delle carriere tra i magistrati e il pubblico ministero, tra parte giudicante e parte inquirente, a tutela del cittadino contro un sistema di potere troppo ampio nelle mani dei giudici.

Come anticipato, il ddl Nordio ha ottenuto il sì della Camera in via definitiva, dopo quello ricevuto a febbraio dal Senato: nel giro di quattro mesi, insomma, la maggioranza di governo è riuscita ad approvare una riforma fondamentale per il Paese e contenuta nel programma elettorale con il quale si è presentata agli elettori quasi due anni fa. Il disegno, ora divenuto legge, prevede importanti modifiche del Codice penale e del Codice di procedura penale, alla ricerca di uno snellimento dei processi che anche l’Europa, oramai da anni, chiede all’Italia, inserendolo anche tra gli obiettivi da raggiungere all’interno del Pnrr. La prima mossa fatta dall’esecutivo è l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, che è stato eliminato perché, come spiegato prima del voto dal guardasigilli Nordio, “i dati ci dicono che su circa 5mila procedimenti pendenti in un anno, le condanne si contano sulle dita. È un reato evanescente che serve soltanto a intimidire i pubblici amministratori”. Dunque, si tratta di un reato di scarsa applicazione, che però provocava una gogna mediatica verso l’accusato anche se innocente, che macchiava irrimediabilmente la sua immagine anche dopo la sentenza di proscioglimento.

Tra le altre misure contenute nella legge, troviamo la limitazione dell’uso delle intercettazioni telefoniche. Non un bavaglio ai giornalisti, ma un modo, anche questo, per difendere la reputazioni degli imputati (che potrebbero risultare innocenti) e di terzi coinvolti nelle intercettazioni e non nelle indagini: la legge, infatti, prevede che non potranno essere riportate i dialoghi con persone terze che non c’entrano con le indagini, e che i giornalisti potranno riprendere soltanto quelle intercettazioni riportate dal giudice nelle motivazioni di un provvedimento o durante il dibattimento. Inoltre, vengono introdotti 250 nuovi giudici per la giustizia di primo grado, si circoscrive l’appellabilità delle sentenze da parte dei pm ai soli reati più gravi, si introduce l’obbligo della decisione di tre giudici, e non più soltanto di uno, per la custodia cautelare, e si istituisce l’interrogatorio preventivo nei confronti della persona sotto indagini preliminari. Insomma, si tratta di una riforma complessa, a tutto tondo, con il fine di restituire alla magistratura l’importanza e l’indipendenza che merita e che sono sancite dalla Costituzione.

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