Ue: al via il Consiglio europeo del 14 e 15 dicembre 2023 a Bruxelles

È iniziata quest’oggi la due giorni del Consiglio europeo che si terrà a Bruxelles

Al tavolo dei Capi di Stato e di governo si parlerà dell’agenda politica internazionale, sia sul fronte delle guerre in corso, sia sul versante del processo di allargamento verso est. Non mancherà ovviamente il dibattito sui temi caldi dell’economia, con la riforma del Patto di Stabilità e Crescita al centro dell’attenzione.

Al nastro di partenza si registra subito la ferma posizione del presidente ungherese Victor Orbán, in merito alla discussione circa il processo di adesione all’Ue dei paesi appartenenti all’area balcanica e soprattutto per ciò che concerne l’ingresso dell’Ucraina.

La decisione sulla possibilità di accogliere Kiev tra le braccia dell’Ue e quella relativa al contributo economico per fornire un’ulteriore trance di aiuti militari è sottoposta al consenso unanime da parte dei 27 Stati membri, ragion per cui, il governo di Budapest potrebbe di fatto esercitare il suo veto sulle due questioni. “Se non si soddisfano i prerequisiti, non c’è alcuna possibilità di avviare i negoziati di adesione per l’Ucraina”, sono state queste le prime dichiarazioni rilasciate alla stampa da parte del primo ministro ungherese e che la sciano presagire quanto sia in salita la prospettiva di un accordo sul tema in seno al Consiglio europeo.

Il leader ungherese aveva già mostrato la sua ostilità circa il processo di allargamento a favore dell’Ucraina e lo aveva fatto indirizzando le sue valutazioni di disappunto, proprio al presidente Charles Michel. Differenze di vedute siderali anche nei confronti della Commissione Ue, la quale aveva invece valutato positivamente quattro delle sette riforme richieste a Kiev per iniziare il percorso dei negoziati che dovrebbero poi portare all’ingresso nell’Ue.

Il leader del partito Fidesz (Unione civica ungherese), mostra la sua profonda preoccupazione nei confronti dell’ipotesi di un ingresso di Kiev nell’Ue, ritenendo che il suo paese ne sarebbe penalizzato in termini di fondi europei, che verrebbero ridotti proprio per effetto dell’adesione. In luogo di questa, infatti, il governo di Budapest paventa la possibilità di instaurare un “partenariato strategico” con l’Ucraina, in quanto, secondo il presidente ungherese “L’allargamento non è una questione teorica, ma è un processo basato sui meriti, giuridicamente dettagliato, che ha dei prerequisiti”. Secondo la tesi di Victor Orbán Kiev non sarebbe in condizione di poter affrontare i negoziati, perché non titolata dei suddetti requisiti per l’adesione. “Se non si soddisfano i prerequisiti, non c’è alcuna possibilità di avviare i negoziati”, così conclude il leader ungherese nel suo primo intervento ai microfoni della stampa, dichiarazioni forti e decise con cui inaugura la sua due giorni in quel di Bruxelles.

Molti cronisti ritengono che lo sblocco dei fondi per un importo totale di 10,2 miliardi di euro, elargito proprio a favore di Budapest e deliberato prima dell’apertura dei lavori del Consiglio europeo, sia stato l’asso nella manica per superare le barricate erette dal leader dell’Ungheria. Questi soldi erano stati congelati a causa delle preoccupazioni destate nell’opinione pubblica riguardo al rispetto delle regole e dei principi caratterizzanti lo Stato di diritto in terra ungherese, in virtù delle politiche a dir poco illiberali perorate dal leader di Fidesz. Il problema è che lo stesso Orbán chiede di sbloccare altri venti miliardi di fondi che spetterebbero all’Ungheria, minacciando di porre il suo veto anche su di un’altra questione cruciale che coinvolge sempre gli interessi di Kiev. Si tratta dell’istituzione di un fondo di sostegno per l’Ucraina da 50 miliardi di euro, composto da 33 miliardi di prestiti a basso interesse e 17 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto. Questa dote farebbe parte di una revisione del bilancio comunitario, che va quindi approvata da tutti gli Stati membri. Il presidente ungherese starebbe ponendo forte resistenza a questa decisione perché secondo il suo parere questo denaro sarebbe preda della corruzione che divampa nel Paese e che tra l’altro sarebbe impossibile da tracciare. “Il denaro per l’Ucraina a breve termine è già incluso nel bilancio dell’Ue. Se vogliamo dare fondi più consistenti e a lungo termine, dobbiamo prenderli al di fuori del bilancio”, questo il ragionamento sostenuto da Orbán ai microfoni della stampa.

Ad ogni modo, se il veto dovesse persistere, la strategia sarebbe già pronta, in quanto la questione viene ritenuta di vitale importanza. E lo si può meglio comprendere seguendo la tesi del primo ministro belga, Alexander De Croo, il quale fa capire quanto sia necessario giungere ad una sintesi politica. Egli afferma di non voler entrare nella logica dello scambio di consegne, in quanto, ad essere in gioco è “la sicurezza dei confini ucraini”, e dunque potremmo aggiungere, anche di quelli europei.

Il governo di Kiev deve infatti affrontare un deficit di bilancio di circa 40 miliardi di euro nel 2024 e sul punto è molto chiara anche Kaja Kallas, primo ministro dell’Estonia, la quale invita a non lanciare brutti e segnali ed esorta a trovare quanto prima un accordo almeno su alcuni punti.

Non proprio sulla stessa lunghezza d’onda la posizione espressa dall’Italia, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni impegnata in un faccia a faccia proprio col leader ungherese, probabilmente al fine di cercare una possibile mediazione con l’interlocutore.

Infatti, l’esecutivo nostrano offre il suo via libera all’apertura dei negoziati di adesione con Ucraina e Moldova e anche all’incremento del budget comunitario, con l’impegno solenne che questo dovrà comprendere “risorse aggiuntive adeguate” in riguardo alla questione della gestione dei flussi migratori. Inoltre, per il governo di Roma grande attenzione dovrà essere offerta al potenziamento dell’industria europea tramite l’istituzione della nuova piattaforma per le tecnologie strategiche (Step).

Il vero nodo da sciogliere per l’Italia verte sulla questione della riforma del Patto di Stabilità e Crescita, su cui la premier aveva già espresso la sua più profonda attenzione. Proprio durante la discussione in Parlamento e in occasione delle sue Comunicazioni, rese in vista del Consiglio europeo iniziato quest’oggi, la leader di Fratelli d’Italia aveva addirittura lasciato intendere come extrema ratio la possibilità di apporre il veto dell’Italia.

Sul tema è arrivato il plauso addirittura del senatore a vita prof. Mario Monti, il quale non ha lesinato critiche al progetto riformatore, dichiarando espressamente che: “Questo patto di stabilità non è accettabile. E’ un’Europa con lo specchietto retrovisore. Era un’occasione per rilanciare gli investimenti pubblici. Sarei lieto se lei in caso di necessità usasse il veto”.

E se queste dichiarazioni giungono da una voce sicuramente non antieuropeista e che ha dimostrato da Presidente del Consiglio la sua tendenza al rispetto delle regole e dei vincoli europei, facendo dell’austerità il suo indirizzo politico di governo, allora c’è da pensare che effettivamente qualcosa non stia andando proprio per il verso giusto. L’ex premier è giunto a definire la bozza del testo di riforma “una litania in gotico”, mostrando la sua netta adesione all’ipotesi di un veto da parte dell’Italia in seno al Consiglio europeo.

Sul versante del tema che tocca la gestione dei flussi migratori, e che sarà sicuramente oggetto del dibattito a Bruxelles, la premier italiana deve fare i conti con la sospensione dell’accordo raggiunto col governo di Tirana, in quanto, la Corte Costituzionale dell’Albania ha accolto due ricorsi che sono stati presentati contro la decisione del governo autoctono.

A questo si accompagna anche la lettera scritta dalla commissaria per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, la quale esorta espressamente le autorità italiane: “a garantire una capacità di ricerca e salvataggio sufficiente e adeguata, sospendendo tutte le attività di collaborazione che direttamente o indirettamente conducono a rimpatri in Libia”.

Quanto al Memorandum d’intesa siglato tra Roma e Tirana, la commissaria afferma la “mancanza di adeguate garanzie in materia di diritti umani presenti nel documento concordato con il governo albanese”. Il Consiglio d’Europa suggerisce al nostro paese di “impegnarsi a dare priorità al miglioramento dei sistemi nazionali di asilo e accoglienza”, invece che dedicarsi a strategie politiche con cui provare a sistemare altrove i richiedenti asilo. La lettera ribadisce anche la necessità di mettere fine alla “criminalizzazione” delle Organizzazioni non g0vernative che salvano vite in mare

Una stoccata non da poco, sferrata in un clima già rovente.

Tuttavia, addolcendo leggermente il colpo, dai piani alti dell’istituzione deputata a tutelare il rispetto dei diritti umani, viene comunque riconosciuto l’impegno del nostro paese nella lotta ai trafficanti di vite e nella prima linea con cui l’Italia si schiera a favore dei processi di accoglienza dei migranti regolari.

Print Friendly, PDF & Email