Aung San Suu Kyi, l’ex leader birmana, è stata condannata ad altri sei anni di reclusione

Un tribunale gestito dai militari in Birmania ha condannato ad altri sei anni di reclusione l’ex leader Aung San Suu Kyi con l’accusa di corruzione. La Premio Nobel per la pace era stata condannata in precedenza per motivi di sedizione e violazione elettorale ed ora è arrivato l’ultimo verdetto a seguito di una serie di processi segreti che porta la condanna ad un totale di 17 anni da quando un colpo di stato militare nel febbraio dello scorso anno ha deposto il governo civile. Secondo alcuni osservatori, la condanna mira a legittimare il golpe militare e a tenerla lontana dalla politica in vista delle prossime elezioni. Tra le accuse mosse contro di lei rientra l’abuso di fondi da parte di un ente di beneficienza per la costruzione di una casa e l’acquisto di terreni per il governo.

Elaine Pearson, direttrice asiatica ad interim di Human Rights Watch (HRW) ha dichiarato “L’ingiusta condanna e condanna di Aung San Suu Kyi da parte della giunta militare birmana fa parte del suo metodico assalto ai diritti umani in tutto il Paese” – e ha aggiunto – “La volontà dei militari di far sparire con la forza il leader civile di alto profilo del paese rivela la brutalità che devono affrontare i prigionieri politici meno conosciuti”. La sentenza arriva in un momento in cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Noeleen Heyzer si è recato nel territorio per affrontare la problematica relativa alla sfera di protezione dei diritti umani che destano serie preoccupazioni.

Per il portavoce del Dipartimento di Stato americano la condanna costituisce “un affronto alla giustizia e allo stato di diritto”. Anche dall’Europa arriva un messaggio. Josep Borrell, l’Alto rappresentante della Politica estera Ue, ha scritto in un Tweet “Condanno l’ingiusta sentenza inflitta ad Aung San Suu Kyi di ulteriori 6 anni di detenzione, e mi rivolgo al regime in Myanmar perché rilasci immediatamente e incondizionatamente lei e anche tutti i prigionieri politici e rispetti il volere del popolo”.

 

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