Libri, “Il centravanti in giacca e cravatta” di Mandato al Salone del Libro nella reggia di Portici

Ieri, in occasione del Salone del Libro, organizzato nella splendida cornice della Reggia di Portici, è stato presentato “Il centravanti in giacca e cravatta” di Tommaso Mandato edito da “Homo Scrivens” con prefazione di Maurizio de Giovanni e postfazione di Enzo de Caro.

In seguito agli interventi del sindaco di Portici Vincenzo Cuomo, del Presidente della  Campania Vincenzo De Luca e del direttore del dipartimento di Agraria Danilo Ercolini, ha avuto luogo la presentazione del libro moderata da Massimo Iaquinangelo, direttore del giornale online Istituzioni24, durante la quale hanno dialogato con l’autore la preside del liceo Quinto Orazio Flacco di Portici e organizzatrice del Salone Iolanda Giovidelli e il giornalista e opinionista sportivo Francesco Marolda.

DeDanilo Ercolini,  Vincenzo De Luca e Iolanda Giovidelli

Prima che avesse inizio il dialogo, i presenti hanno potuto saggiare il libro attraverso la lettura e l’interpretazione dell’attrice Rosaria De Cicco la quale ha dato vita a un passaggio dell’autobiografia, forse uno dei più suggestivi, in cui si descrivono le ineguagliabili emozioni del 10 maggio 1987, giorno della vittoria dello scudetto da parte del Napoli. 

“L’autore di questo libro è un ex alunno del liceo Quinto Orazio Flacco”, ha affermato Iolanda Giovidelli, presentando  “Il centravanti in giacca e cravatta”, “è una biografia molto piacevole anche perché Tommaso Mandato è una persona davvero ricca di interessi, è stato calciatore e ha dovuto conciliare per una parte della sua vita anche la carriera universitaria, si è laureato in Giurisprudenza ed ha scelto diritto sportivo. Ho letto molto  piacevolmente dei suoi impegni e dei suoi incontri di vita.”

Per Tommaso Mandato, autore del libro, “Questa manifestazione è un vanto per la città di Portici, la mia città, ma sono ancora più contento perché è stato organizzato dalla preside del mio ex liceo, il liceo Flacco, al quale sono legato da cinque anni indelebili”.

Questo libro nasce durante il lockdown”, ha spiegato, poi, Mandato, “ho iniziato a mettere insieme un po’ di ricordi e situazioni che rappresentavano la mia vita e mi sono accorto che più accumulavo e cercavo di mettere in ordine, più mi rendevo conto che grazie al pallone sono riuscito a realizzare tantissimi sogni nella mia vita ed è stato grazie a lui tutto ciò che ho fatto. In questo libro ho cercato di mettere il pallone al centro della narrazione per tributargli un grazie, perché è grazie a questo oggetto che ho vissuto tante emozioni e ricordi.  Ero quasi diventato un calciatore professionista e non ci sono riuscito, ma alla fine sono contento di aver messo al centro la mia passione nelle mie attività professionali, ho iniziato a fare il procuratore sportivo, a organizzare eventi. Il pallone mi ha dato tantissimo e quindi ho ritenuto giusto tributargli un ringraziamento attraverso questo libro”.

“Quando hai scritto questo libro”, ha affermato il giornalista Francesco Marolda rivolgendosi a Mandato, “nel momento in cui  lo hai dato a chi lo ha pubblicato non è stato più tuo, ma di chi lo ha letto. Non ti sei accorto che prima ancora che andasse in stampa apparteneva a tantissimi ragazzi, anche a me, perché abbiamo percorsi incredibilmente simili. I sentimenti, le cose belle le cose ‘luccicose’ e meno ‘luccicose’ non appartengono solo a te. In questo libro c’è la vita, il sogno e la giovinezza di tanti ragazzi, scrivere  un libro che mentre lo scrivi già appartiene agli altri è un grande record. Hai raccontato di storie comuni a tanti, leggendolo ho visto questo libro come uno specchio, mi hai fatto tornare indietro di tanti anni, ma mi hai fatto incontrare anche tantissime persone”.

Secondo Marolda, il quale distingue nel suo intervento tra “pallone” e “calcio”, Mandato non è andato in serie A “perché allora non c’erano i procuratori, chi diceva: «su questo ragazzo ci posso guadagnare», era un calcio in cui ti dovevano guardare, prendere, ma non c’era un interesse di qualcuno che avesse nella propria squadra dei calciatori da portare avanti. Allora era un calcio più semplice, si giocava a pallone non a calcio, il pallone è passione, è quello che hai dentro mentre il calcio è business, quello che oggi è danaro, guadagno. Diego Maradona infatti dice e scrive nella sua autobiografia «la differenza tra noi e chi guarda il calcio senza passione è che se io sto in un ricevimento in smoking e arriva un pallone sporco di fango, io lo stoppo di petto, gli altri no». Questo è il pallone, questa è la passione. Quando hai deciso di fare il procuratore ti sei accorto che ai ragazzi mancava una guida per andare avanti con onestà intellettuale, senza compromessi, la domanda è: perché non l’hai fatto più?”

“Il mondo del calcio è completamente cambiato nel tempo e per andare avanti devi entrare in determinati meccanismi”, ha risposto Mandato, facendo luce sui “problemi” del calcio di oggi,  “ora il calcio è considerato non più uno sport, ma i soldi e il denaro sono sempre al centro. Quando i ragazzi si avvicinano al mondo del calcio, oggi c’è il problema dei padri e delle madri che spingono i bambini a diventare calciatori, è una piaga perché il 90% delle volte i ragazzi sono ossessionati da questa idea. I procuratori prendono i ragazzi in un’età indecente, a tredici o quattordici anni, una cosa sbagliatissima sotto il profilo dell’etica. È un’attività che sotto il motivo economico ti dà molto, ma l’ho lasciata perché non mi sono ritrovato più in questa passione.”


Punto saliente del libro e anche della vita di Mandato è sicuramente la partita di beneficenza giocata con il dios Diego Maradona. “La mia partecipazione a quella partita”, racconta Mandato,  “è frutto di una grande dose di fortuna, riuscire a incontrare il proprio ‘dios’, il proprio campione su un campo penso che mi abbia reso uno dei ragazzi più invidiati nei miei anni. Bisognava operare un bambino a una malformazione congenita e Diego accettò di venire a fare quella partita di beneficenza. Stiamo parlando del lunedì, giorno sacro dei calciatori perché significava il riposo,  ad Acerra, un paese dell’entroterra e in un campetto di periferia. Era poi  un marzo freddissimo e il campo era diventato una poltiglia di fango, lui venne e accettò di fare questa partita anche contro il diniego da parte della società. Vederlo in campo al tuo fianco ti fa capire che hai risolto il sogno della tua vita, giocò con il massimo impegno come se fosse una partita vera con noi che eravamo dei dilettanti perché non voleva prendere sotto gamba l’impegno che aveva preso. C’è un episodio che racconto nel libro per sottolineare la grandezza di questo uomo, una giornalista di mediaset dopo 35 anni ne ha fatto un docufilm approfondendo anche questi aspetti di Maradona, del Diego buono e positivo si sapeva veramente poco e in quella partita si vide chi era veramente Maradona. Eravamo nel pieno della partita, Diego va incontro ad un suo compagno che stava battendo un fallo laterale e di spalle e ho la malsana idea di andargli dietro per contrastarlo, lui si gira e mi fa un tunnel meraviglioso, scarta altri tre quattro avversari e fa gol. Rientra a centro campo e a un certo punto si avvicina verso di me, si mette la mano davanti la bocca e mi chiede scusa e che non voleva prendermi in giro, il tunnel nel calcio di solito è uno sfottò, è un’umiliazione ma per me è stata una benedizione perché me l’aveva fatto il dios sul campo di calcio”.

“su Diego potremmo parlare chi sa quanto”, è intervenuto Marolda, “lui era generosissimo, giocava contro i giornalisti il lunedì con il Napoli che faceva finta di non sapere niente. Ma l’aspetto più importante da sottolineare è che quando hai deciso di smettere come procuratore sei comunque rimasto vicino al calcio, il tuo impegno, che è scivolato nel sociale, è rimasto sempre legato al pallone. Questo libro, oltre a scorrere velocemente, appartiene a tutti, se lo fate leggere a un ragazzo o a chi ha la mia età è uno specchio per la vita di tutti.

Per l’occasione Istituzioni24, ha intervistato l’autore:

Ne “Il centravanti in giacca e cravatta” c’è una figura in particolare che domina tutto il romanzo, quasi da diventare essa stessa protagonista: il “pallone”, non come oggetto in sè, ma come stato d’animo, come ideale che unisce e lega chi condivide una passione forte come quella del calcio, ora che è “in giacca e cravatta”  in che modo “il pallone” influisce sulla sua vita? lo fa in modo diverso da quando era sul campo ad inseguire il suo sogno?

“Il pallone inteso da ragazzo è pura passione, emozione è un rapporto diretto senza filtri. Con il tempo, però, maturi e pur rimanendo la passione per il calcio la si sviluppa su diversi fronti tant’è che  nel mio caso ho reso questa mia passione parte della mia professione. Il pallone lo vedi in maniera diversa, perché devi fare in modo che ci siano determinate regole.”

Il libro racconta del calcio di una volta fatto di passioni ed emozioni pure, crede che questi valori ci siano ancora nel calcio di oggi?

“Il calcio che racconto io è un calcio di realtà di periferia, in cui già circolavano i soldi e il denaro, ma non in maniera paragonabile agli interessi delle squadre di serie A. Qui non troviamo più semplici calciatori ma vere e proprie aziende, ogni calciatore rappresenta l’azienda di se stesso perché circolano milioni e milioni, la differenza sta in questo. Devi stare attento a fare in modo che la tua azienda vada come deve andare, tutto è proiettato verso dei ricavi e dei guadagni quindi va sempre in secondo piano la passione.”

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