National Workaholics Day: la famiglia è da intralcio alla carriera?

Il 5 luglio negli Stati Uniti è stato il National Workaholics Day. Non si tratta di una festa propriamente istituzionalizzata, piuttosto di una ricorrenza che facendo il pieno di hastag sui social intende sensibilizzare su una ben precisa condizione psicologica.

Questa ‘festa del web‘, sempre più diffusa, non a caso ricade esattamente il 5 luglio: nata infatti con l’intento di mettere in avvisaglia tutti quei cittadini statunitensi che all’indomani del 4 luglio rinunciavano a concedersi il classico day off, è ben presto diventata una ricorrenza onorata in moltissimi Paesi.

Il termine workaholic venne coniato nel 1971 dal psicologo ed educatore religioso Wayne Oates per indicare quel tipo di persona che è ‘ presa da un incontrollabile bisogno di lavorare incessantemente’.

Studi successivi hanno confermato che si tratta di una vera e propria dipendenza da lavoro, un disturbo ossessivo- compulsivo annoverato tra le patologie che la scienza oggi riconosce.

A scanso di equivoci, è necessario chiarire che essa non ha nulla a che vedere con l’attitudine solerte di chi recandosi al posto di lavoro usa diligenza ed impersona al meglio la figura del buon lavoratore, osservando peraltro l’art. 2104 del nostro Codice Civile.

Le persone affette dalla sindrome da workaholism non ammetteranno mai di soffrirne perchè pensano che la vetta del successo vada scalata incondizionatamente (senza domandarsi quanto fatica occorra per raggiungerla, si potrebbe aggiungere prendendo in prestito un aforisma di Nietzsche). La loro sfera relazionale-affettiva è ridotta, se non in certi casi assente, perchè il lavoro è il solo compagno di vita che decidono di avere al loro fianco.

Questa perenne dedizione al lavoro fuori dall’ordinario, alla lunga, non fa che nuocere però al desiderio stesso di eccellere: l’ansia latentemente accumulata è l’ago della bilancia che finisce per mettere in crisi anche i nervi più saldi e pertanto vanificare i tanti ambiziosi obiettivi che ci si prometteva di conseguire in campo professionale.

Se rinunciare ai fiori d’arancio può rientrare tra le scelte di vita del tutto rispettabili, privarsi dell’amore familiare per gettarsi a capofitto nella carriera lavorativa credendo che ciò sia l’unico modo per dare un senso alla propria vita non è richiesto, e non potrà essere tanto meno previsto, da nessuna deontologia professionale.

Tenendo conto dei dati pubblicati sul sito dell’ OECD (lOrganizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’ente internazionale con sede a Parigi che riunisce ben 38 Paesi) ed apprendendo che nel corso del 2020 un normale lavoratore tedesco ha dedicato in media soltanto 1.332 ore alla propria attività professionale, può ben nascere un pensiero che si offre al larghissimo piano della condivisione: per quanto immense possano essere le difficoltà nel far conciliare la vita professionale con quella privata, è necessario superarle per poter essere degli affabili familiari prima che degli efficienti lavoratori.

Chi, invece, si riconosce parte della comunità cristiana rifletterà sul fatto che, per uno strano gioco del destino, il National Workaholics Day di quest’anno si è celebrato a distanza di pochissimi giorni dall’annuncio da parte del Santo Padre del X Incontro Mondiale delle Famiglie, programmato per svolgersi dal 22 al 26 giugno 2022.

L’amore familiare: vocazione e via di santità” è il tema presentato dalla diocesi di Roma e dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

Nel suo breve videomessaggio, Papa Francesco ha così dichiarato: “ Questa volta, avrà una formula inedita: sarà un’opportunità della Provvidenza per realizzare un evento mondiale capace di coinvolgere tutte le famiglie che vorranno sentirsi parte della comunità ecclesiale”. Il Papa ha terminato, subito dopo, con una felice esortazione: Vi chiedo di essere vivaci, attivi, creativi per organizzarvi con la famiglia in sintonia con quanto si svolgerà a Roma. Si tratta di un’occasione preziosa per dedicarci con entusiasmo alla pastorale familiare: sposi, famiglie e pastori insieme. Coraggio, dunque, cari pastori e care famiglie, aiutatevi a vicenda per organizzare incontri nelle diocesi e nelle parrocchie di tutti i continenti”.

Fama, potere, denaro sono tutti utili che sovente si idealizzano più di quanto valga la pena idealizzare e per i quali gli individui della società odierna competono al sol scopo di imbellirsi di plauso.

L’amore di Dio, invece, è talmente grande da elargire doni all’umanità senza che essa ne dia prova di essere meritevole. La famiglia è un dono del Signore. Tutti, ancor prima di venire al mondo, ne siamo destinatari poiché tutti siamo figli di Dio.

E nella consapevolezza di essere cristiani e nel riconoscersi oggi Chiesa che i credenti continuano a mandare sinceri messaggi d’augurio di un rapido decorso post operatorio al Santo Padre la cui sofferenza testimonia che non è mai solo, naufrago nelle grandi tempeste della vita, chi intorno a sé costruisce famiglia.

Orbene, ai credenti che pur vivono una fede opacizzata, ma anche a chi la professa ogni giorno eppure non per questo è meno distratto dalle false promesse del circo mediatico, occorre ricordare quale sia la risposta alla domanda che apre questo articolo: i veri sentimenti di stima arrivano da chi sa apprezzare non ciò che si è bramosamente agognato bensì per ciò che di proprio si è riusciti a cogliere, custodire, condividere e amare oltre ogni generosa misura.

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