Nato: la debolezza della politica occidentale in Afghanistan

“Dopo vent’anni, la Nato ha scelto di lasciare l’Afghanistan”, queste le parole del ministro degli Esteri, Luigi di Maio. Da oltreoceano, il presidente degli States, Joe Biden, ha detto che “E’ ora di porre fine”, alla più lunga lunga guerra americana. “Non possiamo continuare il ciclo di estensione o espansione della nostra presenza militare in Afghanistan sperando di creare le condizioni ideali per il nostro ritiro, aspettandoci un risultato diverso”, ha aggiunto, ricordando il figlio deceduto che prestò servizio in Iraq.

Nel corso degli anni, un ruolo fondamentale e di primaria importanza ha rivestito la NATO in quel territorio, particolarmente difficile e instabile. La guida ISAF, la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza, a guida NATO, nacque dalla Conferenza di Bonn del  2001, dove si decise di inviare una forza militare multinazionale autorizzata dalle Nazioni Unite, all’indomani dell’intervento americano che rovesciò il regime talebano in Afghanistan, colpevole di offrire sostegno e protezione ad Osama bin Laden, l’artefice degli attentati dell’11 settembre 2001. Questo ha posto le basi per una stretta collaborazione tra l’ONU, la NATO e le autorità di transizione afgana. Senz’altro, ha aperto la strada ad importanti cambiamenti e miglioramenti nel modo in cui l’Alleanza impiega le proprie forze. Importante rimarcare e ribadire che quella in Afghanistan è stata una missione “fuori area” della NATO. Essa rappresenta, un banco di prova delle potenze occidentali coinvolte, misurando le loro capacità.

Joe Biden, ha sottolineato come la guerra in Afghanistan è costata la vita a circa 2.400 soldati delle forze armate americane. Nella dichiarazione della Nato al termine della riunione a Bruxelles dei ministri degli Esteri e della Difesa dell’Alleanza atlantica, si legge “Riconoscendo che non esiste una soluzione militare alle sfide che l’Afghanistan deve affrontare, gli alleati hanno stabilito che inizieremo il ritiro delle forze della Missione di Sostegno risoluto entro il primo maggio. Questo ritiro sarà ordinato, coordinato e deliberato. Prevediamo di completare il ritiro di tutte le forze statunitensi e della Missione di supporto risoluto entro pochi mesi. Qualsiasi attacco talebano contro le truppe alleate durante questo ritiro riceverà una risposta forte”.

Dalla Casa Bianca, alla Nato, all’Europa hanno speso molte parole e frasi sulla situazione in Afghanistan, ma dietro a questo legittimo ritiro, si potrebbe voler mascherare la sconfitta occidentale in quei territori. Una guerra combattuta da vent’anni, e arrivata al limite delle forze transatlantiche. D’altronde questa “mossa tattica” è arrivata dopo circa un anno dall‘accordo di Doha, in Qatar, tra la presidenza statunitense, guidata dall’allora presidente Trump e i talebani. Un accordo basato su un processo di transizione di pace tra la potenza occidentale e i talebani, ma non tra quest’ultimi e il governo afgano. Se la NATO riveste un ruolo chiave nel processo di sicurezza globale allora perché la scelta del ritiro? La lotta non finisce se una delle due parti decide deliberatamente di ritararsi. Il background che si cela è preoccupante. Lo Stato afghano di fatto  ha fallito: non ha il controllo delle aree extra-urbane, l’esercito è debole, e la classe politica è impegnata a salvare sé stessa. I talebani, d’altro canto, si sono visti come protagonisti nello scacchiere internazionale, facendo da interlocutore nel negoziato con gli americani, a cui il governo centrale non ha preso parte. Il punto principale è che l’accordo è servito solo agli States per dichiarare la fine di una guerra e del loro peso in quel territorio, ma non la cessazione delle violenze perpetrate dai talebani.

Gli Stati Uniti d’America potrebbero perdere la loro credibilità, di madrepatria fondata sui valori democratici, di difesa della pace e della giustizia, pronti ad aiutare il prossimo, e principali interlocutori per il ripristino della pace. Questo “fallimento” minerebbe la stabilità e la sicurezza dell’Alleanza transatlantica. Per il popolo afghano potrebbe essere una doppia sconfitta, per un’occasione tragicamente perduta e visti lasciati in balia di sé stessi. La comunità internazionale che aveva decantato aiuto e aveva promesso più di quanto avrebbe potuto effettivamente fare. Si è vista tutta la debolezza e la fragilità delle loro capacità di recupero e del loro impegno nel ricostruire il paese dopo 30 anni di conflitto.

 

Print Friendly, PDF & Email