Editoriale | Tensioni Iran-Usa prova di maturità del Sovranismo italiano. Consigli non richiesti a Matteo Salvini

La morte di Qassem Soleimani ha riportato al centro delle cronache nostrane e dell’opinione pubblica la politica estera, di solito grande assente dei dibattiti politici italiani. A destra, o meglio nella destra cosiddetta sovranista, rappresentata principalmente da Fratelli d’Italia e dalla Lega è emersa una profonda frattura sulla posizione da tenere in merito alla crescente tensione in Medio Oriente tra Usa e Iran.

Fdi offre una posizione moderata, condannando sì l’attacco all’Ambasciata americana da parte dei miliziani iracheni sciiti controllati da Soleimani, ma auspicando una veloce de-escalation del conflitto attraverso canali diplomatici, ribadendo- inoltre – da un lato la garanzia alla sicurezza di Israele, bastione statuale dell’Occidente- con tutto ciò che rappresenta- nella regione, dall’altro la lotta al terrorismo islamico, Isis in testa. Senza dimenticare  che una de-escalation è auspicabile per la sicurezza e l’incolumità dei nostri militari, impiegati nella regione in missioni di addestramento delle truppe irachene. Una posizione ragionata, neo-atlantista, coerente con la politica estera italiana dal dopoguerra ad oggi.

Su posizioni invece più marcatamente atlantiste, troviamo Matteo Salvini, che dipinge la Repubblica Islamica Iraniana per quello che è: ovvero una teocrazia con mire di egemonia sulla regione, i cui alti rappresentanti politici e clericali più volte si sono augurati più volte la distruzione dello Stato di Israele.

In virtù di ciò definisce Soleimani terrorista- e lo era in quanto si è reso autore di atti di terrorismo nel corso della sua vita, oltre che ad una violenta repressione delle istanze democratiche sia in Iran che non ultime quelle in Iraq- schierandosi con fermezza dalla parte degli Stati Uniti, postando una foto in cui è ritratto oltre che con Trump, anche con il primo ministro israeliani Benjamin Nethanyau. La posizione di Salvini, però, tralascia ogni appello alla possibilità di dialogo, e allo stemperamento delle tensioni. Un approccio maggiormente auspicabile per qualunque politico italiano, dal momento in cui il nostro paese è il secondo partner commerciale europeo dell’Iran dopo la Germania.

E’ doveroso ricordare che il filo-trumpismo dei sovranisti italiani e dei suoi opinion-maker, è nato dalla visione jacksoniana di Trump. Citando un articolo dell’analista Simone Zuccarelli per Affari Internazionali:  ‘’Il jacksoniano non crede nell’esportazione del modello democratico; allo stesso tempo, è pronto a colpire con durezza chiunque minacci la sua folk community e i valori da essa incarnati. Questa è una delle ragioni per cui l’amministrazione Trump ha aumentato gli sforzi nella lotta al sedicente Stato islamico, l’Isis, ma, allo stesso tempo, ha smesso di sostenere i ribelli siriani. Ed è una delle ragioni per cui Trump ha profondamente criticato la decisione dell’amministrazione Bush di invadere l’Iraq.’’ Il raid che ha portato all’uccisione di Soleimani non si scosta da questa visione dal momento in cui si è è stata la risposta militare all’assedio dell’Ambasciata Usa di Baghdad, preceduto qualche giorno prima da un attacco degli Hezbollah iracheni ad una base militare americana a Kirkuk, che ha provocato la morte di un contractor americano e il ferimento di 4 soldati. Quello di Trump, è stato un atto di deterrenza doveroso per quella che è, senza alcuni dubbio, la prima super potenza globale.

L’approccio di Salvini alla questione, però, pur essendo giusto nella sostanza, dimentica la forma e in particolar modo il linguaggio a cui attenersi sulle grandi questioni internazionali, sempre tenuto in gran considerazione dalle cancellerie internazionali che guardano con interesse ad una papabile Presidente del Consiglio di un futuro prossimo.

Linguaggio e comunicazione che non possono discostarsi imprudentemente da quello diplomatico, per la tutela degli interessi geopolitici ed economici dello Stato Italiano. Nelle relazioni internazionali non esiste la palla di vetro, o chi può predire il futuro, e le conseguenze dell’eliminazione di Soleimani, saranno sicuramente strategicamente più rilevanti di quelle di un Bin Laden o di Al Bagdadi, capi di cellule terroristiche, quindi organizzazioni liquide, non esponenti militari e numeri due di un player statutale regionale. Player con cui Matteo Salvini dovrà obbligatoriamente intrattenere rapporti di natura diplomatica e commerciale una volta al Governo.

Dunque endorsement incondizionati, perlopiù dall’opposizione quindi con l’aggravio della mancanza di controllo politico sulla nostra diplomazia e sulle forze armate, rappresentano una scommessa pericolosa e in controtendenza al ruolo che l’Italia potrebbe giocare nei consessi internazionali e nel Mediterraneo. Ruolo ricoperto con risultati notevoli, come dimostrato recentemente dalla politica estera dell’ex premier Berlusconi, per restare sempre nell’ambito del centro-destra, e sempre partendo da posizioni convintamente atlantiste.

A Salvini consiglio dunque di guardare a Berlino. La domande che deve porsi sono: perché la Germania pur avendo una forza militare risibile, viene consultata su ogni decisione degli americani per quanto riguarda il Medio Oriente? Perché viene considerata come un mediatore più credibile per quanto riguarda la Libia come dimostra l’imminente conferenza di Berlino? Perché la Germania ha fatto parte dei colloqui 5+1 che hanno portato all’accordo sul nucleare iraniano, e l’Italia no?

Il linguaggio della diplomazia per chi vuole rappresentare l’Italia nel mondo, non può essere quello dei tweet, deve lasciare sempre porte aperte alle mediazioni e al dialogo, creando spazi per l’interesse nazionale italiano. L’appellarsi all’impalpabile UE di Governo e Farnesina, il simpatizzare per gli ayatollah dei 5 stelle alla Dibba, o lo schiacciarsi incondizionatamente e acriticamente sulle prossime decisioni militari di Usa e Israele non serve a niente di tutto ciò. Tocca riscoprire un protagonismo italiano verso una politica estera che guardi al ruolo del nostro Paese nel Mediterraneo e nel Levante, per i nostri interessi in primis. Amici di tutti, nemici di nessuno come ci insegnarono Gronchi, Fanfani e Mattei.