Imparare a mangiare conoscendo le emozioni: il progetto alla scuola Giovanni XXIII-Aliotta di Napoli. Intervista alla Preside Casertano

Mangiare ed imparare: pensando a questi verbi, a primo acchito, vien da dire che entrambi terminano in –are. Mangiare ed imparare richiamano alla mente, altresì, vere e proprie azioni che ognuno svolge quotidianamente e a cui si ricollegano delle gratificazioni. Sono due momenti fondamentali, soprattutto, nella vita dei più piccoli, poiché, se ben gestiti, garantiscono uno sviluppo armonico dei bambini e una sana relazione con l’adulto.

Queste premesse sono alla base del progetto Alimentiamo la salute delle nostre bambine e dei nostri bambini. Tra pediatria e psicologia, due incontri pomeridiani promossi e organizzati dall’Istituto Comprensivo Giovanni XXIII-Aliotta di Napoli. I destinatari di questi appuntamenti sono i genitori, i nonni, gli zii, le zie degli alunni e delle alunne delle classi prime della scuola primaria, i quali sono i principali responsabili di una corretta educazione alimentare dei propri piccoli.

Dall’osservazione degli scolari, fatta dalle insegnanti fin dallo scorso settembre, è emerso che molti di essi hanno un’alimentazione selettiva, cioè l’abitudine a mangiare solo pochi alimenti e sempre gli stessi. Questa modalità di relazionarsi con il cibo si riflette anche nelle attività in classe. Infatti, gli alunni e le alunne che hanno tali comportamenti disfunzionali con l’alimentazione, spesso, si rifiutano di svolgere le consegne date dalle maestre, pretendendo di fare soltanto ciò che vogliono e ciò che risulta loro più facile da affrontare.

La scuola Giovanni XXIII-Aliotta, che si trova nel quartiere di Chiaiano, è consapevole di quanto sia importante l’alleanza scuola-famiglia per il successo educativo e formativo delle bimbe e dei bimbi. Con questo progetto, iniziato il 6 maggio con l’incontro tenuto dal pediatra Domenico Esposito, appunto, si rende concreto e non retorico il patto di corresponsabilità educativa.

Il medico napoletano ha colto quest’occasione non solo per rispondere alle domande dei partecipanti, ma anche per dare delle indicazioni sullo stile alimentare da proporre ai bambini. Cosa e come si mangia è questione che riguarda tutta la famiglia, tant’è che riflettere sul cibo dato ai più piccoli significa ragionare sul proprio modo di mangiare.

Esposito si è così soffermato sull’importanza sia di una corretta colazione, in quanto pasto basilare per poter affrontare positivamente la giornata, sia di un coinvolgimento diretto dei piccoli nella preparazione delle pietanze. Stabilire delle routine – rileva il pediatra – è fondamentale per dare una certa regolarità ai bambini e alle bambine, riferendosi, principalmente, alle scansioni dei pasti nella giornata e alla somministrazione ad un stesso orario.

Se si può imparare a mangiare attraverso delle regole da applicare e delle azioni da realizzare, nondimeno comprendere quali emozioni sottendono il bisogno di mangiare e come fronteggiare le ansie e le frustrazioni dei bambini, che potrebbero sfociare in una disfunzione alimentare, è ugualmente necessario.

Emozioni e cibo è la traccia del secondo appuntamento del progetto, tenuto dalla psicoterapeuta dell’età evolutiva Susanna Messeca, che si tiene lunedì 20 maggio, alle 16.30, sempre al padiglione A del plesso Toscanella dell’Istituto Comprensivo diretto dalla Prof.ssa Silvana Casertano.

Proprio alla dirigente scolastica, noi di Istituzioni24.it abbiamo posto delle domande su questi due pomeriggi in-formativi, sulle altre attività della Giovanni XXIII-Aliotta e sul sistema scolastico in generale.

Alimentiamo la salute delle nostre bambine e dei nostri bambini. Due appuntamenti per comprendere l’alimentazione adatta ai più piccoli e il significato emotivo del cibo. La scuola moderna è una scuola, quindi, che pensa ai suoi alunni e alle famiglie in modo integrato e globale?

“Mi piacerebbe poter rispondere che è così, ma credo che siamo ancora lontani da un tale modello. Se è vero che molte scuole operano con grande impegno in tale direzione, è altrettanto vero che l’aspetto più complesso nella ricerca di un modello integrato e globale consiste proprio nella messa a sistema, nella capacità di creare prototipi, di modellizzare esperienze che quasi sempre sono molto circoscritte. Se a questo aggiungiamo che la carenza di servizi di supporto al Sud, soprattutto da parte degli Enti Locali, crea un forte discrimine con le realtà scolastiche del Nord, si comprende anche perché i nostri sforzi facciano fatica a creare risultati apprezzabili e duraturi”.

Di quale progetto, realizzato in questi anni nella scuola che dirige, è più soddisfatta?

“L’idea che portiamo avanti nel nostro Istituto non vuole essere legata alla realizzazione di singoli progetti, quanto piuttosto ad un processo integrato di percorsi capaci di alimentare un unico progetto di scuola, proprio come singoli affluenti che, pur avendo una propria identità, contribuiscono ad alimentare il grande fiume. Occorre per questo una visione chiara ed il più possibile condivisa, per individuare e realizzare progetti funzionali allo sviluppo di un’offerta formativa integrata, efficace, efficiente ed il più possibile vicina ai reali bisogni del contesto.

Sicuramente, tra questi ci sono le azioni finalizzate all’implementazione delle discipline trasversali, come ad esempio l’educazione ad una sana e corretta alimentazione, che, nell’arco di tempo della scuola primaria, consideriamo davvero fondamentale”.

La Giovanni XXIII-Aliotta si trova a Chiaiano, in una Municipalità molto controversa: al degrado e alla criminalità si contrappongono esperienza di cittadinanza attiva e solidarietà. Come si muove la sua scuola in un territorio così complesso?

“Vero! Chiaiano è un quartiere davvero complesso, dove è generalmente faticoso interagire con famiglie che evidenziano stili educativi molto diversi tra loro e sono portatrici di priorità spesso contrastanti. La strada che abbiamo intrapreso da anni è quella di lavorare in grande collaborazione con le numerose risorse del territorio, con il reciproco obiettivo di costruire una comunità educante, uno spazio educativo ampio in cui la scuola non è sola, ma opera in sintonia con le altre realtà istituzionali e non. Parlo delle altre scuole, dell’Ente Locale, dell’ASL, delle Parrocchie, e di tutte le potenzialità di un terzo settore presente, diversificato e pronto ad un comune dialogo educativo.

Per fare questo occorrono regolari incontri di programmazione e di scambio, tavoli di lavoro per il confronto, progetti comuni per concretizzare, finalizzare e valorizzare gli interventi. Occorrono volontà, tenacia, consapevolezza, condivisione. Occorre curare la regia degli interventi”.

La scuola viene intesa come la panacea ad ogni male della società. Se si pensa che i bambini e le bambine restano a scuola, al massimo, per otto ore al giorno, ritornando, poi, alle loro famiglie – spesso, disagiate e/o incapaci di seguirli, come ricordate anche nell’analisi contestuale del PTOF –, quanto l’azione educativa della scuola può essere veramente efficace?

“La scuola è sicuramente importante, molto importante, nella vita dei bambini e delle loro famiglie. Che la sua azione sia sempre efficace, questo purtroppo è altra cosa e per motivazioni molto diverse tra loro, sia esterne che interne ad essa: il contesto socio-culturale, le problematiche delle famiglie, la precarietà del lavoro, della casa, degli affetti, i falsi valori. In taluni casi, anche l’inadeguatezza della formazione del corpo docente nello stabilire un dialogo educativo in situazioni altamente complesse ed ostili fa la sua parte, laddove la problematicità richiederebbe l’affiancamento e l’esperienza di profili professionali di altra natura”.

Le riforme degli ultimi anni hanno cambiato il volto delle scuole, sia da un punto di vista organizzativo che didattico. Per esempio, alla scuola primaria, hanno reintrodotto l’insegnante prevalente. Lei, a distanza di un po’ di tempo dalla riforma, come valuta questa scelta? In una realtà difficile e disagiata, è preferibile un team di docenti per la classe oppure pensa possa essere altrettanto efficace l’insegnante prevalente?

“Non sono mancate le criticità sia nell’organizzazione modulare che in quella con il maestro unico (che unico non è): le riforme della scuola nell’ultimo decennio sono nate più da motivazioni di carattere economico che da vere riflessioni di ordine pedagogico, così oggi il piano orario del tempo normale nella scuola primaria, con in media 27 ore settimanali di lezione, vede l’avvicendarsi di tre, quattro o più docenti nella stessa classe, con pesi orari molto diversi, spesso fonte di squilibri anche all’interno dello stesso team di lavoro. Personalmente, ritengo che l’organizzazione più efficace permanga quella del tempo pieno, con 40 ore settimanali di lezione, distribuite tra due insegnanti con 22 ore sulla stessa classe, da cui scaturiscono 4 ore di compresenza per programmare interventi particolari. E qui andrebbe aperto un ulteriore dibattito sul notevole divario che si è andato consolidando nel tempo tra Nord e Sud Italia, dove il tempo pieno purtroppo è ancora a beneficio di poco più del 10% degli studenti della primaria”.

Come immagina le sue bambine e i suoi bambini fra 10 anni?

“La scuola primaria del nostro Istituto gode di un’organizzazione sia a tempo normale che a tempo pieno – quest’ultima nata in via sperimentale negli anni ’70, primissima tra le scuole della città – ed ancora oggi si distingue per questa peculiarità, unica su un territorio molto ampio. Il tempo dedicato, la cura degli spazi, l’attenzione che cerchiamo di destinare ai processi di insegnamento/apprendimento, all’inclusione, ai particolari bisogni educativi, all’ascolto, all’accompagnamento alle famiglie, mi fa ben sperare che questa nostra scuola lasci un segno molto positivo nella vita, nella personalità, nell’istruzione, educazione e formazione delle bambine e dei bambini, rendendoli attenti, curiosi, appassionati, responsabili, uomini e donne di cultura nel senso più ampio e completo della parola!”.