Elezioni in Gran Bretagna, vincono i laburisti: maggioranza schiacciante, sconfitti i conservatori

Si è chiusa un’era nel Regno Unito. L’era dei conservatori, dopo 14 anni di governo. Le elezioni in Gran Bretagna hanno dato un verdetto chiarissimo: vincono i laburisti con un consenso schiacciante. D’altronde, malgrado i quotidiani britannici parlano di un fenomeno “anomalo”, c’è da dire che la sconfitta dei conservatori era nell’aria, annunciata ormai già da qualche mese. Annunciata ma certo nessuno si sarebbe immaginato un verdetto di tali proporzioni.

I laburisti hanno infatti ottenuto 410 seggi all’interno della Camera dei Comuni, che in tutto ne ospita 650. I conservatori si fermano a 131, i liberaldemocratici a 61, mentre cresce il partito antisistema Reform UK, che totalizza 13 deputati. Un risultato in netta controtendenza con quanto sta accadendo nel resto del mondo Occidentale: in Italia, il centrodestra gode di ottima salute, riconfermato alle ultime elezioni comunitarie; in Europa, il peso della destra si fa sempre più ingombrante e oramai impossibile da ignorare ed emarginare; in Francia trionfa Marine Le Pen; negli Stati Uniti, Donald Trump si avvia alla riconquista della Casa Bianca. In Gran Bretagna, invece, è il turno dei progressisti: i sudditi di Re Carlo hanno scelto Keir Starmer, 61 anni, avvocato, intenzionato, tra le altre cose, a sostenere i lavoratori e a riavvicinare il Regno Unito all’Unione europea, dopo la Brexit voluta dai conservatori.

Tuttavia, per molti non si tratta di una grande vittoria dei laburisti, quanto più di una sconfitta vera e propria da parte dei conservatori, il cui susseguirsi di governi (Rishi Sunak è stato il quinto primo ministro conservatore dal 2010) poco eccellenti (come quello di Liz Truss) o coperti da scandali, non ha certo rafforzato le considerazioni del popolo britannico sui conservatori. Ma un dato preoccupa la politica britannica: l’affluenza, in drastico calo, ai minimi dal 2005. Un fenomeno che preoccupa tutto il mondo occidentale con poche eccezioni (in Francia, ad esempio), dove l’entusiasmo verso la politica ha lasciato spazio a un generale disinteresse.

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