Medio Oriente: fine della tregua, riprendono le ostilità. James Elder (ONU): “situazione apocalittica”

ph. ANSA

Sono passati quasi due mesi dallo scorso 7 ottobre, giorno in cui sono riprese le ostilità sul campo di battaglia tra il movimento di ispirazione islamica Hamas e le truppe dello Stato ebraico.

Sessanta giorni di guerra che portano in grembo un bollettino di morte e sofferenza che conta tantissimi caduti tra le fila palestinesi. Il dato aggiornato quest’oggi da Hamas è di 16.248 perdite di vite umane, proprio nel girono in cui Israele annuncia la dipartita di altre due soldati, avvenuta durante i combattimenti di terra nella Striscia di Gaza. Nel caso specifico si tratta di due riservisti, il sergente maggiore Matan Damari di 31 anni e il sergente maggiore Ilay Eliyahu Cohen, di 23 anni. Altre due giovani vite spezzate dalla ferocia di una guerra che registra un bilancio totale di perdite tra le fila del contingente israeliano di circa 82 unità.

Il 5 dicembre è il giorno in cui Osama Hamdan, rappresentante del movimento palestinese di Hamas in Libano, dichiara che non ci saranno scambi di ostaggi fino a quando non si porrà fine all’assedio di Israele nella Striscia di Gaza. Dal canto suo, il capo del Comando del fronte del sud israeliano, generale Yaron Finkelman, fa sapere che il suo contingente è giunto nel centro di Jabalya, in quello del Shuyaia e anche di Khan Yunis, nella zona più a sud della Striscia. Egli ha dichiarato testuali parole: “Siamo nel mezzo dei giorni più intensi dall’inizio dell’operazione di terra in termini di terroristi uccisi, di scontri a fuoco e di uso della potenza di fuoco terrestre e aerea. Intendiamo continuare a colpire e raggiungere i nostri risultati”.

Insomma, dai fronti contrapposti, nessun segnale di apertura a soluzioni diplomatiche che possano far rientrare lo scontro bellico entro confini politico-istituzionali.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha parlato oggi di “situazione apocalittica” in Medio Oriente, a scriverlo è il sottosegretario generale per gli Affari umanitari, Martin Griffiths. Secondo il diplomatico britannico, ogni giorno la popolazione civile si trova nella condizione di dover compiere scelte che possono compromettere la propria sopravvivenza, costrette in un ambiente dove “nessun posto è sicuro e dove nessuno è al sicuro”.

Dopo aver trascorso alcuni giorni in territorio palestinese, il portavoce del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef), James Elder, ha dichiarato che “risulta praticamente e scientificamente impossibile” garantire la realizzazione di aree sicure a Gaza. Mettere in atto le zone sicure designate da Israele affinché i civili della Striscia di Gaza possano rifugiarsi per sfuggire ai combattimenti sarebbe un piano non fattibile, non concretamente realizzabile: “Queste zone non possono essere né sicure né umanitarie quando vengono dichiarate unilateralmente”, ha così dichiarato da Ginevra il portavoce Unicef e concludendo con un’esortazione alla pace ha precisato: “Mentre parliamo, l’unico modo possibile per creare spazi sicuri a Gaza che siano veramente sicuri, che proteggano la vita umana, è che l’inferno smetta di piovere dal cielo. Solo un cessate il fuoco, solo un cessate il fuoco salverà i bambini di Gaza in questo momento”.

Sul versante delle strategie sul campo, la notizia di oggi, rivelata dal Wall Street Journal, è l’intenzione dell’esercito israeliano di agire attraverso la distruzione delle infrastrutture con cui gli estremisti islamici alimentano i loro attacchi verso lo Stato ebraico. Il capo di stato maggiore delle forze israeliane, il generale Herzi Halevi, ha risposto ad alcune domande che hanno fatto seguito alla notizia apparsa sulle colonne del quotidiano americano, ribadendo che “allagare con acqua di mare i tunnel di Hamas a Gaza potrebbe essere una buona idea”. Il generale delle forze armate di Tel Aviv ha sottolineato come l’esercito stia pianificando diverse modalità d’azione per far crollare i tunnel costruiti da Hamas, compreso l’uso di esplosivi. Sarebbero numerose le infrastrutture utili alla strategia militare del movimento palestinese e l’obiettivo del contingente israeliano è di provvedere alla distruzione di queste importanti vie di comunicazione utilizzate dal nemico.

Nel frattempo, in occasione di un evento elettorale tenutosi a Boston, in Medio Oriente giunge anche l’eco delle dichiarazioni rese dal presidente Usa, Joe Biden, il quale accusa Hamas di essere responsabile della rottura degli accordi e della fine della tregua, perché ha rifiutato di rilasciare le tre giovani donne ancora nelle grinfie del movimento islamico. “Tutti coloro che sono ancora tenuti in ostaggio da Hamas devono essere restituiti immediatamente alle loro famiglie. Non ci fermeremo”. Così il vertice della Casa Bianca durante la sua convention elettorale nella capitale dello stato del Massachusetts.

Infine, è stato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, a sancire l’obiettivo della sua azione militare contro il nemico, puntualizzando l’intenzione di procedere alla “smilitarizzazione della Striscia di Gaza”, fine ultimo che solo il suo esercito potrà garantire. E’ questo il destino che dovrà essere riservato all’enclave palestinese alla fine delle ostilità, rifiutando categoricamente l’ipotesi che preveda nel luogo una forza internazionale.

Il leader del partito conservatore Likud ha poi strigliato i movimenti a difesa dei diritti delle donne e diverse organizzazioni umanitarie, condannando il silenzio con cui hanno affrontato la questione delle violenze, gli stupri e le mutilazioni sessuali a cui sono state sottoposte le donne ebree da parte di Hamas.

“Dove diavolo siete? Avete taciuto forse perché erano donne ebree?”.

In questi termini e in lingua ebraica è avvenuto l’attacco frontale del premier israeliano nei confronti dei suoi interlocutori.

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