Silicon Valley Bank (Svb): dagli anni di gloria al fallimento imminente. Prelevati in un giorno 42 miliardi di dollari dai conti

La Svb vedeva la sua luce nel lontano 1982, quando nelle more di una partita di poker, Bill Biggerstaff e Robert Medearis partorivano l’idea di creare un istituto di credito dedicato al settore dell’innovazione tecnologica, cavalcando l’onda del fenomeno delle start-up nate nel grembo della Silicon Valley.

Nel 1983 veniva inaugurato il primo ufficio a San Jose in North First Street, mentre il secondo nasceva a Palo Alto nel 1985. Qualche anno dopo, grazie ad alcune operazioni profittevoli e scommesse altamente remunerative – come ad esempio la scelta di sostenere negli anni ’90 il progetto Cisco System ed e-Bay Network – il sogno dei due visionari si trasformava in una realtà che seminerà punti di riferimento in tutto il globo: da Londra ad Hong Kong, fino a Pechino, Shangai e Francoforte, offrendo lavoro a circa 8.500 dipendenti e collezionando intorno ai 211 miliardi di dollari totali di asset in pochi lustri.

Anni di gloria insomma, per quello che numeri alla mano è stato ascritto nel novero della top twenty delle banche americane, collocandosi alla 16esima posizione per entità di asset presenti nel suo patrimonio attivo. Un colosso finanziario dell’epoca contemporanea se consideriamo che fino al tramonto del 2022 contava circa 209 miliardi di dollari di asset e circa 175,4 miliardi di dollari di depositi.

Purtroppo però, come ogni favola che si rispetti, anche quella della Svb ha dovuto fare i conti con la malvagità della cruda realtà, caratterizzata secondo il parere di illustri esperti della finanza da errori di gestione che affondano le loro radici nel passato, a cui hanno fatto da spola anche le scelte politiche della Federal Reserve americana che ha calcato fortemente la mano sui tassi d’interesse, determinando così una crisi che non poteva essere altrimenti. Una situazione che fa davvero molto effetto se si considera che il colosso finanziario dell’i-tech americano era stato neanche minimamente sfiorato dal diluvio universale pandemico degli scorsi anni, mantenendo la barra a dritta nel bel mezzo di una tempesta che ha provocato morti e feriti sui mercati in lungo e in largo.

Fatto sta che la gloriosa Svb entra nel tunnel della crisi nella serata dello scorso 8 marzo, quando l’annuncio della banca di non essere riuscita a raccogliere 2 miliardi di dollari per equilibrare un buco in bilancio di 1,8 miliardi, porta ad una perdita del 62% con la inevitabile sospensione del titolo a Wall Street. Da sottolineare che nello stesso giorno si apprende anche della liquidazione di Silvergate Bank, istituto particolarmente presente nelle cripto-valute.

L’effetto a catena non si è fatto attendere, mostrando il volto oscuro dello choc che solo nella seduta di giovedì aveva portato le quattro maggiori istituzioni a stelle e strisce – JpMorgan Chase, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo – a bruciare 52,4 miliardi di dollari di valorizzazione.

Non se la sono cavata meglio le concorrenti a livello mondiale se si considera che sulla loro scia, le banche asiatiche e poi europee hanno avvertito l’onda lunga del terremoto che ha avuto il suo epicentro sulle coste opposte dell’Atlantico. A Parigi, Societé Generale ha perso il 4,49%, Bnp Paribas il 3,82% e Credit Agricole il 2,48%. Ancora, Hsbc (-4,6%), Banco Santander (-4,9%), UniCredit (-3,8%). Sempre in Europa, la banca tedesca Deutsche Bank ha perso il 7,35%, la britannica Barclays il 4,09%, sulla sctessa scia la svizzera Ubs con una perdita del 4,53%.

In questo marasma non ha raccolto i frutti sperati il tentativo in extremis dell’amministratore delegato di Svb, Greg Becker, che ha chiesto ai clienti di mantenere la calma e di non lasciarsi trascinare da reazioni emotive. A dire il vero non è arrivato nemmeno un grande supporto dalle massime istituzioni della finanza a stelle e strisce, se si considera che questo disastro finanziario si è verificato anche nel coagulo di un drastico inasprimento della politica monetaria portata avanti in questi mesi dalla Federal Reserve, giustificata dalla necessità di far fronte ad un tasso d’inflazione che galoppa incessantemente. Lo scorso pomeriggio di martedì, proprio alla vigilia del terremoto che ha travolto la Svb, il presidente Jay Powell ha rilanciato la retorica rialzista sui tassi, avvertendo che nel caso in cui tutti i dati lo avessero giustificato la Fed sarebbe stata pronta a riaccelerare gli aumenti sul costo del denaro.

Morale della favola, lo scossone finanziario provocato dall’annuncio della Svb ha scatenato il fenomeno della “bank run”, ossia la corsa al ritiro del danaro dai conti correnti. E la ragione si comprende facilmente. Negli Stati Uniti funziona in questo modo: i depositi dei conti bancari dei cittadini americani sono garantiti fino ad un tetto massimo stabilito nella cifra di 250mila dollari. Dunque, siccome la maggior parte dei professionisti, piccole e medie imprese del settore tecnologico, start-up o imprese già ben avviate che sono clienti della Svb hanno sui proprio conti cifre molto più alte rispetto a quelle della soglia garantita dallo stato americano, è comprensibile lo stato di agitazione e le scene di panico che sono venute a crearsi in conseguenza del più che fondato timore di insolvibilità dell’istituto bancario. Ad innescare il bank run proprio l’annuncio nella serata di mercoledì da parte della banca, fino a quel momento ritenuta ben patrimonializzata e solvibile, circa l’intenzione di reperire 2,25 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti, prevalentemente tramite l’emissione di bond. Una mossa che ha destato sospetti e che ha colto di sorpresa, negativamente, sia gli operatori che i clienti. Secondo la stessa Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic) l’89% dei 175 miliardi di dollari in depositi non sarebbe stato coperto. Ovviamente, quando l’allarme proviene da un’agenzia dello Stato della California circa la solvibilità della banca è giustificabile una reazione di panico da parte dei soggetti a rischio. Prima di restare intrappolati nella morsa di una procedura fallimentare, sia i privati che le società esposte con depositi non tutelati hanno giustamente urlato al si salvi chi può, provocando le conseguenze che in queste ore si stanno raccontando.

E’ così che in un solo giorno sono stati prelevati dai conti correnti della Silicon Valley Bank circa 42 miliardi di dollari, pari ad oltre un quarto del totale detenuto dall’istituto di credito. L’istituto è stato sottoposto ad amministrazione controllata, infatti, il Dipartimento per la protezione finanziaria e l’innovazione della California ha chiuso l’istituto in crisi e ha nominato la Fdic come curatore fallimentare. L’agenzia prevede di riaprire lunedì le 17 filiali della banca, con sede in California e Massachusetts, per consentire ai clienti di prelevare fino a 250mila dollari a breve termine, ossia l’importo solitamente garantito dalla Fdic.

Questo crack è stato definito dagli esperti come il più grande fallimento della storia della finanza, una debacle che fa seconda solo al crollo dovuto alla crisi finanziaria del 2008, ben nota alla nostra generazione per tutto il portato di conseguenze che si sono scatenate anche nel nostro continente, riversandosi sulla vita di intere generazioni, portando via sogni e speranze di un futuro prospero di opportunità.

Chissà se questa volta la crisi del sogno americano trovi preparata l’Europa o se ancora una volta si dovrà dare voce ad una celebre citazione, secondo cui, “La storia insegna ma non ha scolari”.

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