Politiche | Nardi: «Berlusconi e Salvini in difficoltà. Meloni non è vero che fa paura»

Francesco Nardi è l’autore di Tifosi. Dal calcio alla politica, gli italiani sugli spalti, il libro, edito, nel 2018, da Nts Media. Nel testo, l’autore, partendo dalla riflessione sul populismo e le dinamiche del consenso in Italia, fa un parallelo tra tifo calcistico e politico, mettendo in luce l’instabilità dell’opinione pubblica e la grave influenza che hanno su di essa i nuovi media.
Proprio per questo – tanto è vero che gli abbiamo fatto una domanda finale che si collega all’aggiornamento del suo libro avvenuta di recente –, ma non solo per questo – perché Nardi, fra l’altro, è un giornalista che ha scritto su Il Riformista e il Corriere del Mezzogiorno –, lo abbiamo intervistato su quello che sta accadendo in vista delle elezioni politiche di fine Settembre.

Berlusconi è sceso di nuovo in campo e promette la piantumazione di alberi e, ancora una volta, l’aumento delle pensioni minime. Sembra che il Cavaliere abbia un piede nei suoi programmi del passato (pensioni) e un piede nel presente (alberi). Berlusconi è solo un nostalgico romantico o un sottile lusingatore?
«Non credo che Berlusconi sia un nostalgico, per il semplice fatto che non ritiene che il suo tempo sia passato. Probabilmente, pensando ai suoi trascorsi, coltiva qualche rimpianto, forse anche qualche rimorso, ma, nelle sue proposte di oggi, manifesta solo un dato di esperienza: osserva i sondaggi e fa proposte conseguenti, che siano realizzabili o meno questo, specie in campagna elettorale, conta poco. Personalmente, io ho un’idea della comunicazione di Berlusconi che è ai limiti dell’indulgenza: molto spesso, infatti, dà l’impressione di credere fermamente nelle promesse che formula, anche quando sono iperboliche. Il fatto è che Berlusconi non concepisce l’idea di non essere amato e farebbe qualunque cosa per ottenere il consenso che gli italiani oggi gli negano in larga parte. Ecco, forse questa è l’unica cosa della quale ha vera nostalgia».

Meloni, Salvini e Berlusconi hanno confermato la regola interna alla coalizione secondo la quale chi prenderà più voti esprimerà il capo del governo. È finita la stagione dei frontman e delle frontwoman oppure è semplice tattica per non fare esporre totalmente Meloni?
«No, non ho l’impressione che si tratti di una tattica. Berlusconi e Salvini sono evidentemente in difficoltà nella gestione degli equilibri della coalizione di centrodestra, ma l’epilogo era scontato e non poteva essere diverso. Piaccia o meno, sul piano strategico Giorgia Meloni non sbaglia un passo da almeno tre anni e così ha svuotato le urne della Lega che, invece, ha fatto due errori ogni cosa fatta. Il tentativo di impedire alla leader di Fratelli d’Italia di correre dichiaratamente per la premiership è apparso sgonfio fin dal principio e si è svuotato del tutto con l’ultimo tentativo di Berlusconi che ha detto: “Meloni fa paura, con lei rischiamo di perdere”. Secondo uno degli ultimi sondaggi, un italiano su quattro sceglie il partito della Meloni, se è paura questa…».

Il centrosinistra si pone sempre come il demiurgo di ogni situazione di impasse, come il medico in pronto soccorso, come il salvatore dalla destra brutta e cattiva. Sembra che questo sia un modo per giustificare i governi di unità nazionale e le coalizioni acchiappa voti a cui ha abituato. Questa presunta superiorità morale funzionerà anche stavolta per andare al governo?
«Il Partito Democratico ha giocato una partita complicata e molto costosa sul piano del consenso, al punto che i risultati dei sondaggi addirittura mi sorprendono. Dalla segreteria Zingaretti a quella Letta lo sforzo di normalizzare il M5S e di riparare agli errori commessi (per i quali il M5S è nato) è stato enorme. Renzi e Calenda sanno perfettamente che il PD è il vero carnefice del Movimento e che abbracciarlo significava soffocarlo, ma sapevano anche che non tutti avrebbero capito: come nelle regate, si sono messi in coda per intercettare il vento che sfuggiva alle vele del PD.
Non so se, nel caso ce ne fosse l’occasione, il PD sarebbe disponibile a nuovi governi di unità nazionale, di certo non è quello di cui avrebbe bisogno. Credo però che la destra, se avrà il consenso necessario, governando, ricalibrerà le sue priorità mitigandole non poco, mentre al PD un bel periodo di opposizione potrebbe servire per recuperare il contatto con una base che lo guarda ormai con giustificato sospetto».

Nasce una lista, Alternativa per l’Italia, in cui, nel simbolo, svetta il claim No green pass. I contrari al certificato verde, fin dagli esordi, pare abbiano avuto una connotazione più politica, quasi da tifosi, rispetto ai favorevoli e a chi lo ha semplicemente accettato. Insomma, dalle piazze agli scranni di Montecitorio?
«A Mario Adinolfi non manca certo l’intelligenza. Mi piacerebbe che l’impiegasse meglio, certo, ma non si può avere tutto nella vita. Da sempre i politici di ogni latitudine si sono riferiti ai cittadini come agli ultras sugli spalti di uno stadio. Si riferiscono a volte alle paure e alle fragilità oppure puntano su sentimenti di appartenenza e sulla fede religiosa, ma lo scopo è sempre lo stesso: capitalizzare sacche di risentimento e di ignoranza che vengono colpevolmente trascurate dagli altri. Nella seconda edizione di Tifosi, mi sono occupato della pandemia proprio sotto questo aspetto. La polarizzazione dei cittadini rispetto agli interventi del governo è stata sfruttata da molti che hanno preferito soffiare sul fuoco, laddove avrebbero dovuto avere la pazienza di spiegare bene quello che accadeva e le decisioni che venivano prese. Alternativa per l’Italia è la risposta sbagliata a domande che chi è rimasto indietro ha trovato inevase».

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