Don Raffaele D’Onofrio: “Per Pasqua alleniamo lo spirito come chi si allena prima di una gara”

Il 17 aprile è Pasqua, la ricorrenza più importante e più solenne per i cristiani. Si celebra, infatti, la Resurrezione di Gesù Cristo, che – come ricorda l’origine storico-linguistica della stessa parola Pasqua – è passato dalla morte alla vita.

«Questi ultimi giorni sono, naturalmente, legati a tutti i 40, che formano la Quaresima» dice don Raffaele D’Onofrio, parroco della Chiesa della Santissima Annunziata di Arzano, da noi contattato per sapere come vivere il tempo che ci separa da questa celebrazione. «La Chiesa», argomenta il suo pensiero, «sulla scia di tutta la Sacra Scrittura, lega ogni importante scelta ad un momento di preparazione, una sorta di allenamento dello spirito alla stregua di chi sa di doversi preparare prima di una importante competizione. Direi che la parola chiave sia vigilanza», un’attenzione – tiene a sottolineare padre Raffaele – «per qualcosa che accade negli spazi della propria interiorità».

A tal proposito, nella parrocchia che guida da oltre trent’anni, in questo periodo di particolare meditazione, «tra le varie iniziative, abbiamo voluto approfondire il nostro personale rapporto con il Signore e la nostra vita interiore con l’Adorazione Eucaristica comunitaria e personale. A questo, abbiamo aggiunto un approfondito rapporto con la Parola di Dio negli incontri organizzati la sera di ogni venerdì di Quaresima, appunto».
È di poche settimane fa, poi, anche la presentazione del libro Discorso su San Giuseppe di Bernardino da Siena, curato dal Prof. Carmine Di Giuseppe, alla quale, oltre all’autore e a don Raffaele, ha preso parte pure Domenico Esposito, docente della sezione San Tommaso della Pontifica Facoltà dell’Italia Meridionale.

La Passione di Gesù di Nazareth è l’immagine che don Raffaele utilizza per rispondere alla nostra domanda su cosa dire ai fratelli e alle sorelle che, pur abbattuti, continuano a portare la loro croce. Ricorda che, proprio nell’accadimento del venerdì santo, «il cristiano scopre tutto l’amore che, in Gesù, Dio Padre ha per lui». Dio, difatti, accetta che suo figlio Gesù soffra sulla croce per dimostrare a quelli che credono in lui quanto forte sia l’amore verso di loro. Un sacrificio ricordato da San Paolo apostolo nelle Lettere agli Efesini (abitanti della città di Efeso, n.d.r.): al capitolo 5 e al versetto 25, si riporta che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei».

La Pasqua è il pretesto per fare una chiacchierata più ampia con il prete arzanese, un incipit per allargare lo sguardo su temi riguardanti la cronaca e l’attualità. Inevitabile, per esempio, soffermarci sulla pandemia e sulla guerra in corso, soprattutto alla luce di due atti simbolici del Papa: la benedizione Urbi et Orbi impartita a tutti i fedeli dilaniati dalla paura e dall’incertezza della pandemia, a Marzo 2020, e la consacrazione dell’umanità e dell’Ucraina al Cuore immacolato di Maria, esattamente due anni dopo. La nostra domanda – dove sta Dio? –, perciò, sembra essere una logica conseguenza a questi gesti del Pontefice, che, insieme alle preghiere dei cristiani, hanno il compito di lenire tutto questo dolore, che, invece, continua a resistere, intensificandosi. «I gesti del Papa e la forza evocativa degli stessi non hanno la pretesa di essere la risposta a tutto il dolore che abbraccia da sempre il mondo e la vita dei più» risponde padre D’Onofrio. «Dio è presente laddove in ogni angolo della terra qualcuno soffre. Egli non è uno che sta dove si soffre, egli è colui che soffre: da Abele ai campi di sterminio o tra i ghiacci dei gulag, nei volti segnati da ogni guerra delle oltre quarantacinque in corso, oggi, nel mondo».

Se la domanda precedente ha una natura intenzionalmente provocatoria, la successiva vuole porre una riflessione schietta e scevra da pregiudizi su una questione che appare superflua ad alcuni, ma che tocca, in realtà, la quotidianità di tanti. Le famiglie cambiano nella consistenza, nei ruoli, nelle dinamiche interne e sociali: bambini orfani di uno o di entrambi i genitori, figli appartenenti a famiglie in cui il padre è protagonista di violenze e di maltrattamenti, figli che fanno parte di famiglie omogenitoriali – quelle, cioè, in cui ci sono due donne o due uomini a fare da madre e da padre –, bambini che vivono in comunità di accoglienza. Insomma, ha ancora senso celebrare le feste del papà e della mamma? La risposta del sacerdote è netta e immaginabile: «All’inizio di ogni nuova vita, in ogni caso, si hanno una madre ed un padre. L’evoluzione, se tale fosse quella in corso, dei costumi che regolano le relazioni e i dinamismi della famiglia di oggi, credo che non debba essere l’unico luogo socio-antropologico per buttare all’aria qualche punto fermo di cui tutti abbiamo ancora bisogno».

A conclusione dell’intervista, don Raffaele D’Onofrio, che è stato, per sei anni, inoltre, amministratore parrocchiale della chiesa madre della città di Arzano, quella di Sant’Agrippino, lancia, su nostra sollecitazione, un messaggio ai giovani e alle loro famiglie, in vista della Giornata mondiale delle vocazioni del prossimo 8 maggio: «Ad un giovane o una giovane – sinceramente in ricerca di senso, di interiorità,  di essenzialità ed anche di coraggio – direi di non aver paura di quel di più che l’incontro con Dio potrebbe richiedere come risposta. Ad un genitore suggerirei rispettosamente di non aver paura di consegnare i propri figli e le proprie figlie a Qualcuno (il Signore, n.d.r.)», un modo, questo, per cercare e dare spessore alla propria preziosa esistenza.

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