Giornata mondiale della salute 2021: le disuguaglianze incidono sugli stili di vita

Tra poche ore, si celebra la Giornata Mondiale della Salute (World Health Day). Una data, il 7 aprile, che ricorda la fondazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ossia l’istituto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) specializzato in materia sanitaria, avvenuta proprio nell’aprile del 1948. Attualmente, l’OMS ha sede in Svizzera, a Ginevra, ed è guidata dall’etiope Tedros Adhanom, che ne è direttore generale dal 2017.
La giornata è un’occasione per promuovere e sensibilizzare su argomenti cruciali di salute pubblica di rilevanza globale. Una moral suasion rivolta, sì, alle persone nella loro generalità, ma, in particolar modo, ai decisori pubblici di tutto il mondo.
Appunto, anche nell’annunciare il tema di questa edizione della Giornata Mondiale della Salute, la seconda durante la pandemia da Covid-19, l’OMS ha inteso rivolgersi con nettezza ai rappresentanti dei Paesi aderenti all’ONU, per sollecitarli alla promozione di condizioni di vita più sane ed eque.
A parere dell’agenzia, difatti, alcune persone sono in grado di vivere una vita più sana e avere un accesso migliore ai servizi sanitari rispetto ad altre, a causa delle condizioni in cui sono nate, crescono, vivono, lavorano e invecchiano. Disuguaglianze che, sottolinea, sono aumentate a seguito della diffusione del Coronavirus.

«In tutto il mondo» scrive l’Organizzazione, «alcuni gruppi lottano per sbarcare il lunario con poco reddito giornaliero, hanno condizioni abitative e istruzione più povere, meno opportunità di lavoro, sperimentano una maggiore disuguaglianza di genere e hanno poco o nessun accesso ad ambienti sicuri, acqua e aria pulite, sicurezza alimentare e servizi sanitari. Questo porta a sofferenze inutili, malattie evitabili e morte prematura. E danneggia le nostre società ed economie».
Il testo pubblicato sul sito web richiama, indirettamente, anche le dichiarazioni rilasciate da Filippo Grandi, Alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in occasione della Giornata Internazionale della Donna: «L’impatto socio-economico senza precedenti della pandemia sta mettendo a repentaglio molte vite. Stiamo assistendo a un aumento estremamente preoccupante di segnalazioni di violenza di genere, inclusi casi di violenza domestica, matrimoni forzati, lavoro minorile e gravidanze adolescenziali».

Ad avvalorare le parole Filippo Grandi sulla disuguaglianza di genere, alla base della violenza sulle donne, c’è anche il rapporto pubblicato da Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze (clicca qui): «A livello globale, le donne sono maggiormente impiegate proprio nei settori professionali più duramente colpiti dalla pandemia. Se il livello di occupazione tra uomini e donne fosse uguale in questi settori, 112 milioni di donne non correrebbero più il rischio di perdere il proprio lavoro e quindi il proprio reddito. Ciò è evidente in Medio Oriente e Africa del Nord, dove le donne rappresentano solo il 20% della forza lavoro ma le perdite di posti di lavoro dovute al Covid-19, secondo le stime, incideranno sull’occupazione femminile per il 40%. In generale, le donne rappresentano oltre il 70% della forza lavoro impiegata in professioni sanitarie o lavori sociali e di cura. Questo le espone a maggiori rischi in tempo di pandemia, sanitari ma anche collegati alla tutela del reddito».
Oxfam, nel suo rapporto, poi, pone l’accento sul fatto che «dall’inizio della pandemia, il patrimonio dei primi 10 miliardari del mondo è aumentato di 540 miliardi di dollari complessivi: risorse sufficienti a garantire un accesso universale al vaccino anti-Covid e assicurare che nessuno cada in povertà a causa del virus».

La necessità di dare un accesso universale ai vaccini e il nesso esistente fra pandemia e disuguaglianze risultano essere, altresì, lampanti pure agli occhi di Alberto Mantovani, che di mestiere fa il direttore scientifico dell’Istituto Clinico Humanitas. Lo scorso gennaio, sul quotidiano Avvenire, ad una precisa domanda su quali errori da evitare nella gestione della pandemia, ha risposto proprio così: «Il primo problema sono i Paesi in via di sviluppo. Lo scenario tradizionale è che ci vogliono dieci anni perché un vaccino innovativo passi dalle nazioni ricche a quelle povere, ma se lasciamo che questo accada anche con la pandemia da Covid compiamo qualcosa di particolarmente immorale e di poco accorto dal punto di vista sanitario, perché che ci piaccia o no viviamo in un mondo globale».

Print Friendly, PDF & Email