Gli Stati Uniti e i droni militari, tra uso militare e controllo. La guerra del futuro

Dopo la fine della Guerra Fredda, con la progressiva interposizione tra la dimensione interna e quella internazionale, l’emergere di una nuova concezione della sicurezza, di concerto con la crescente importanza dell’informazione e dello sviluppo tecnologico ha reso possibile il potenziamento per condurre conflitti bellici, con nuovi strumenti. Senz’altro la diffusione della politica umanitaria ha sensibilizzato l’opinione pubblica sulla concezione della guerra, e il ricorso allo strumento del conflitto viene visto più come una politica impersonificata nella figura del Presidente o del leader, piuttosto che come una situazione di instabilità politica e sociale in un determinato territorio. In questa circostanza, grazie ad una maggiore autonomia nei raggi d’azione, si sono sviluppati velivoli a pilotaggio remoto, comunemente detti droni. I fautori che mettono in risalto le peculiarità e le caratteristiche dei droni, li definiscono “arma umanitaria”. Ma è corretto parlare di arma umanitaria, se gli stessi hanno comunque la capacità di uccidere civili?

La potenza d’oltreoceano, gli Stati Uniti, il 4 febbraio del 2002, colpì la città di Khost in Afghanistan, con l’utilizzo di un drone militare, causando tre vittime. La manifestazione di volontà di “potenza” militare, con le dimostrazioni delle proprie capacità in termini di sviluppo tecnologico e non solo, da mostrare al mondo intero, sono superiori al costo delle vite umane. Da quel momento, ebbe inizio l’era delle esecuzioni mirate tramite i droni,  un’arma adottata per la prima volta durante l’amministrazione Bush, per la “guerra al terrorismo”. Il ruolo dei droni, è sempre di più oggetto di accesi dibattiti sulla sua funzione di arma potenzialmente efficace ed efficiente nella lotta al terrorismo. Da un lato, vi sono i sostenitori di questo nuovo strumento, capace di neutralizzare i terroristi in condizioni di sicurezza ed economicità, d’altro canto vi sono coloro che mettono sotto accusa la dubbia legalità, l’imprecisione nell’individuazione degli obiettivi, con conseguenze in termini di vite umane. I droni, infatti, vengono utilizzati per effettuare attacchi mortali contro membri di un gruppo armato non statale transnazionale al di fuori di un conflitto armato conclamato e predefinito, in  violazione delle norme dei diritti umani, o contro civili sospettati di far parte di un gruppo armato non statale.

Il perno principale della discussione sull’utilizzo di questa nuova metodologia adottata, è che comunque a livello di comunità internazionale, il diritto illustra chiaramente che vige  il divieto di uso o minaccia di uso della forza armata. Il fatto che un civile possa essere considerato come un criminale o un potenziale obiettivo militare, non giustifica l’utilizzo della forza da parte di uno Stato, men che meno nella violazione dell’integrità territoriale dell’altro Paese coinvolto. Senz’altro non vi è alcun dubbio sull’illegittimità della condotta di tali Stati nell’attacco nei confronti di altri Paesi in assenza di esplicite ostilità, anche se in situazioni di instabilità politica. Spesso, la forza armata viene utilizzata come pretesto di legittima difesa preventiva, secondo la pratica utilizzata dagli States, in risposta di un attacco armato non ancora sferrato.

A questo, si aggiunge il limite al divieto dell’uso della forza, consistente nel monopolio del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, nell’utilizzo di essa. Ecco che in questo frangente si colloca la posizione della potenza occidentale, nella sua esplicita manifestazione di dimostrare il suo potenziale arsenale digitale e tecnologico  per combattere nuove guerre e per la lotta al nemico comune, il terrorismo. Quasi a voler rimarcare quel clima di guerra fredda, e della corsa agli armamenti. Non è un caso dunque che siano oltre settemila i droni militari a disposizione dell’Us Air Force. Tra questi, vi sono i Predator A+ e i Predator B costruiti dall’americana General Atomics e acquistati anche dall’Aeronautica militare italiana e dalla Royal Air Force britannica.

L’Italia in qualità di alleato storico degli USA, non ha preso le distanze anzi, ha iniziato ad armarsi di droni dal 2015. Bisogna ricordare che gli Stati Uniti importano nello Stato italiano i droni, per posizionarli nelle basi militari come quella di Sigonella, da cui partano velivoli diretti contro la Libia, Somalia e  tutta l’Africa Subsahariana. Sull’esempio americano, altri Stati potrebbero correre all’uso di nuovi armamenti per combattere le guerre. Allora saremo legittimati a pensare ad una tipologia di “guerra del futuro”.

É necessario tenere in considerazione  il DIU, il diritto internazionale umanitario, che disciplina le norme del diritto internazionale riguardante la protezione delle vittime di conflitti. Secondo il DIU le “Parti in conflitto dovranno fare, in ogni momento, distinzione fra la popolazione civile e i combattenti, nonché fra i beni di carattere civile e gli obiettivi militari, e, di conseguenza, dirigere le operazioni soltanto contro obiettivi militari” mentre “la popolazione civile e le persone civili non dovranno essere oggetto di attacchi”. Il focus è capire come faranno i piloti dei droni e se saranno capaci di distinguere i membri di forze regolari, gruppi armati non statali, che sono obiettivi legittimi, dalla pacifica popolazione civile che gode della protezione contro attacchi diretti.

Le enormi difficoltà di distinzione porteranno senza ombra di dubbio a degli errori umani. Allora in questo nuovo mondo, sempre più digitalizzato, dovranno intervenire le grandi organizzazioni internazionali per regolare la produzione, e l’uso legittimo o meno dei droni militari. D’altronde qualsiasi arma può essere  deliberatamente utilizzata in modo non conforme al diritto umanitario. I droni potranno eliminare ed evitare mali superflui, e danni inutili ? Il progresso va avanti, ma dietro ad ogni grande scoperta, ad ogni grande progetto c’è il pensiero dell’essere umano, e gli umani non sono perfetti.

A livello commerciale e militare, vi sono già disponibili dei sistemi per arginare i droni nemici  sia man-portable che su veicolo o ad installazione fissa. Questi strumenti, sono dei veri e propri “fucili anti-drone”  ideati per contrastare i SUAS singoli, e non interi sciami. I SUAS sono (Small Unmanned Aerial Systems) tutti quei droni con un peso inferiore ai 600 kilogrammi. I compiti principali sono destinati a operazioni di ricognizione fino alla possibilità di essere usati come proiettili guidati o munizioni circuitati. Il termine sopracitato, di sciame, è stato utilizzato dall’US Air  Force, nel Flight Plan, definendolo come l’utilizzo di due o più piattaforme autonome interconnesse tra di loro in cui è presente un operatore on or in the loop, il cui scopo è raggiungere in sincronia un unico obiettivo finale. Lo scorso gennaio, il Dipartimento della Difesa americano ha pubblicato il “Counter-Small Unmanned Aircraft System Strategy”,  in cui ha illustrato lo sviluppo di nuove strategie e strumenti di contrasto alla minaccia SUAS. La ricerca sta facendo grandi progressi nel sistema sofisticato di identificazione di oggetti di piccole dimensioni e dello sviluppo di sistemi di difesa in grado di intercettare con grande velocità un elevato numero di bersagli in grado di seguire traiettorie non predefinite, dunque difficilmente prevedibili.

Il nuovo mondo corre sempre di più, e tocca a noi stabilire regole e norme che tutelino effettivamente la popolazione civile.

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