Libri | Che fine ha fatto il compagno dell’ultimo banco? Floris scrive di scuola e di politica

«Ci sono due modi di concepire il principio di uguaglianza: si dovrebbe essere uguali all’arrivo o alla partenza?», si domanda Giovanni Floris, nel suo libro Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia, edito da Solferino, nel 2018.

Non è certo questo il passaggio che identifica il tema del libro, perché la domanda abbraccia più campi del sapere umano e dell’umana realtà. Tuttavia, è una domanda essenziale, la cui risposta è altrettanto dirimente per comprendere quale debba essere la mission della scuola italiana nella nostra epoca. «La risposta, secondo me, è alla partenza», risponde Floris al suo stesso quesito, perché «non si può pretendere di regalare a tutti ciò che ciascuno desidera, […] a prescindere dal merito, dallo sforzo e dal bisogno di ognuno». Insomma, occorre, sicuramente, fare in modo che tutti quelli che si accingono a fare un percorso di miglioramento – in particolare, scolastico – «lo percorrano in condizioni più o meno simili», ma, al tempo stesso, non tutto ciò che si desidera può diventare un diritto da pretendere.

Stabilire il compito principale della scuola aiuterebbe a predisporre una didattica maggiormente efficace, a reclutare docenti con competenze e specializzazioni ad hoc, a rendere più mature e realistiche le aspettative che si hanno su di essa, a dare un po’ di giustizia al lavoro che, tutti i giorni, fanno i bravi insegnanti.
«L’idea che la scuola debba inserire nel mercato del lavoro secondo me è sbagliata» precisa il giornalista de La7, che, da un lato, dice quale non dovrebbe essere la mission dell’istituzione educativa e formativa in Italia, dall’altro, solleva più di una critica sul modello dell’alternanza scuola-lavoro.

È chiaro che l’idea di scuola finalizzata alla successiva collocazione lavorativa risenta molto della concezione capitalistica – secondo la quale tutto ciò che si fa deve avere un immediato riscontro e portare risultati tangibili, altrimenti è tempo perso – e porti alla consequenziale aziendalizzazione del sistema scolastico. Però, è anche vero che non si può ragionare a compartimenti stagni: prima, si studia, poi, si lavora. Bisogna, sì, studiare – poiché una buona teoria è alla base di un’efficace pratica –, ma, nella società dell’apprendimento audiovisivo ed esperienziale, vivere l’azienda contribuisce a sedimentare i concetti, a capire i meccanismi, le difficoltà e le soddisfazioni della produzione, a comprendere quanto il percorso scolastico intrapreso sia davvero quello che si vuole.

Floris insiste ancora, ribandendo che: «Il messaggio da far passare non è solo che studiare ti aiuta a trovare più facilmente lavoro ed essere pagato di più (rappresentazione che, spesso, si fa passare anche per aumentare le iscrizioni all’università, n.d.r.). È che studiare ti aiuta, in generale. Che ti fa bene, che rende la tua vita migliore. Nessuna scuola, sono convinto, nemmeno quella tecnica, deve servire solo ad orientarti verso una professionalità».
Al netto della condivisione generale di questo ragionamento, nello specifico, tuttavia, non convince completamente, in quanto poco aderente alla realtà, ma molto a quella ideologia che vorrebbe lo studente (poi, adulto) intellettualmente forgiato e politicamente attivo. Difatti, la riflessione di Giovanni Floris dimentica che non tutti hanno ambizioni e che, se le hanno, non tutti hanno le medesime, tantomeno le stesse capacità di accoglimento della scuola come centro di formazione olistica.
Se è vero che pensare alla scuola italiana soltanto come anticamera di un futuro lavoro da tecnico-specializzato è un errore che limita le sue potenzialità, è pure vero che, dare un’impronta professionalizzante ad una parte del quinquennio della scuola superiore di secondo grado, può favorire sia uno scambio maggiormente proficuo tra scuola e imprese sia garantire ai figli delle famiglie meno abbienti di non dover, per forza, iscriversi a costosi corsi di formazione professionale post diploma.

L’obiettivo di Floris, dunque, è quello di dimostrare che solamente con un’istruzione efficace è possibile esercitare consapevolmente il diritto di voto, valutare l’operato degli eletti ed evitare di mandare sugli scranni delle assemblee pubbliche dei rappresentanti non solo senza né arte né parte – e, paradossalmente, sarebbe il problema minore –, ma, soprattutto, buzzurri e villani. Invero, l’autore tenta di collegare la decadenza della scuola e della idea comune che si ha di essa al declino della politica partitica e della credibilità pubblica che hanno i nostri delegati, quasi come se l’una fosse causa dell’altra e viceversa. L’autore lo fa raccontando aneddoti, storie, riportando notizie di cronaca ed esperienze dirette di insegnanti.

Il libro, di quasi 200 pagine, ricco di note a sostegno di ciò che si riporta, si legge in maniera scorrevole, perché la scrittura è limpida e senza fronzoli. Professori, Studenti, Genitori, Tali e quali sono i quattro capitoli nei quali è suddiviso il lavoro editoriale di Floris. I primi tre analizzano le difficoltà e le potenzialità di ciascun ruolo impegnato nell’educazione, senza, però, una netta chiusura alla contaminazione proveniente da riflessioni riguardanti le altre categorie. Anzi, proprio prendendo e restituendo pensieri non appartenenti a quello specifico ruolo esaminato, si rileva quanto docenti, allievi e famiglie abbiano compiti diversi ma sono interdipendenti fra loro.
Dalla lettura, poi, emergono toni più coinvolgenti e duri nei capitoli dedicati ai professori e ai genitori (tant’è che, nel primo, si usano, persino, tante parole del gergo militare), più pacati e indulgenti nella sezione Studenti, molto avviliti e a tratti dissacratori in quello Tali e quali.
Proprio quest’ultimo, è il capitolo in cui il giornalista intravede un nesso fra le dinamiche scolastiche e quelle politiche: il compagno di scuola che «non studiava e pensava di risolvere facendo lo spiritoso o esercitando tutto il suo carisma quando veniva chiamato alla cattedra» somiglia molto alla «classe dirigente che si è proposta per la guida del Paese negli ultimi tempi», che «rischia di essere ricordata come approssimativa, superficiale, sempre a caccia di scorciatoie, di una battuta brillante che supplisca alla fatica di farsi un’idea approfondita su un problema». In sintesi, il compagno dell’ultimo banco ce lo ritroviamo a scrivere, in modo pasticciato, una legge od a colloquiare, con un inglese ammaccato, con esponenti di rango di altri Paesi oppure ad assumere provvedimenti amministrativi in qualche ente regionale o comunale.

Le riflessioni contenute in Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia, pur essendo interessanti e con degli utili spunti, non rappresentano una vera e propria novità; nonostante ciò, il rapporto qualità/prezzo del libro, buona la prima e accessibilissimo il secondo (nella edizione tascabile), invitano all’acquisto.

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