Campania, stop alla mascherina all’aperto: la riflessione di uno che porta gli occhiali

Addio alla mascherina obbligatoria, almeno in Campania. Un sospiro di sollievo per tanti, ma, soprattutto, per quelli che, come me, indossano gli occhiali da vista. Credetemi, con la mascherina si appannano gli occhiali e pare di stare, sempre, in piena nebbia. Ho scoperto, però, che, per vedere bene, la mascherina devo metterla quasi sotto agli occhi e gli occhiali portarli a mo’ di mastro Geppetto, pressoché sul naso.
Eppure, ora, che ho trovato un modo per mettere mascherina e occhiali insieme, senza che mi intossichi l’ora d’aria, in Campania, non è più obbligatorio indossarla negli spazi aperti. Di fatto, già molte persone si avvalgono di tale possibilità. Basta andare in posti come il Lungomare di Napoli, nel fine settimana, per notare che la stragrande maggioranza non la indossa, creando, anzi, anche degli assembramenti più o meno spontanei, i quali, oltre ad essere vietati, richiederebbero proprio l’uso della mascherina. C’è, persino, qualche giovane baldanzoso che canzona coloro che continuano, perseveranti, a rispettare questa misura di sicurezza.

Indossare la mascherina è una questione di rispetto. Non solo della legge, ma di rispetto verso se stessi e verso gli altri. La mascherina, infatti, funziona se a portarla siamo tutti, non solo qualcuno. Renderla facoltativa in pubblico è, sostanzialmente, un lasciapassare, una sanatoria nei confronti di chi già se ne frega. È anche, tuttavia, una condanna all’isolamento, a starsene a casa, per chi è fisicamente più fragile e un’amplificazione delle preoccupazioni per i loro familiari.
È pur vero che, nel corso di queste settimane, gli esperti hanno espresso pareri discordanti sull’importanza delle mascherine, aggravando una situazione in-formativa che, di per sé, è già incerta, ma renderne discrezionale l’uso – alla luce delle aperture dei confini regionali e delle attività ricreative e turistiche, nonché del perdurare dello stato di emergenza nazionale fino al prossimo 31 Luglio – appare una decisione alquanto discutibile.

Chi ha indossato la mascherina, finora, ha osservato un provvedimento amministrativo, per risparmiare di pagare sanzioni piuttosto esose o scivolare, finanche, in conseguenze penali. Ora, invece, alleggerendo questa prescrizione, mettere o non mettere la mascherina dà tutto il senso di quanto ci sentiamo o meno appartenenti alla comunità, di quanto ci sentiamo responsabili per gli altri.

Non è sufficiente, come qualcuno afferma, che le autorità si limitino ad informare i cittadini sulle condizioni di precauzione, proprio come sta avvenendo, in queste ore, con la revoca dell’obbligatorietà della mascherina all’aperto ma con la contemporanea e blanda raccomandazione ad indossarla. Ciò, perché questa idea, malgrado abbia il suo fascino, non considera che l’in-formazione arriva a tutti non alla medesima maniera, non con la stessa urgenza per i motivi più vari: storia personale, intelligenza, esperienze maturate, cultura, approccio alla responsabilità sociale. Finché ad essere influenzata fosse soltanto la vita di chi compie un determinato comportamento, non ci sarebbe questione sociale da porre, ma accettazione della scelta del singolo. Al contrario, la pandemia ci sta dicendo, forte e chiaro, che siamo interdipendenti, che i comportamenti individuali, risentendo di queste variabili, potrebbero avere ripercussioni anche sulla vita di altre persone.
Quanto accaduto, a Napoli, durante i festeggiamenti per la vittoria della Coppa Italia, dimostra l’insostenibilità di una tale idea di libertà, specialmente perché evidenzia che lasciare alla sola responsabilità del singolo il rispetto di certi comportamenti è puramente idealistico. Paradossalmente, festeggiando insieme, si è creata quella sorta di senso di appartenenza, che, però, è venuto meno, nello stesso momento, dato che non si sono adottate le misure precauzionali contro il contagio, tipiche di un’appartenenza consapevole ad una comunità.

C’è chi sta affrontando il Coronavirus con particolare accortezza, chi sta sviluppando fantasie di persecuzione o sta aggravando atteggiamenti e rituali fobici, chi, negando l’esistenza del problema, sta adottando comportamenti poco prudenti. Tutti, per farla breve, seppure in modi diversi, stanno rispondendo alla paura, all’angoscia di essere contagiati e di essere dei potenziali untori.

Questo è il momento più critico, perché, se il lockdown ci ha protetti stando in casa, adesso, ci tocca essere proattivi, cambiare, o se non altro sospendere, le nostre abitudini, facendo anche delle rinunce. È il momento di dare delle priorità alla nostra vita, di fare le cose davvero necessarie, di riscoprire quei piaceri compatibili con lo stato dei fatti, perlomeno fino al vaccino, perché se sperare che «Dio ci aiuti» è rassicurante, «aiutati che Dio ti aiuta» è fondamentale.