Stanno allontanando i più fragili e i precari dai centri urbani. Un libro analizza la questione

«Insieme invitano a una presa di posizione e a un nuovo impegno civico dal basso, per resistere e opporsi alla speculazione, alla privatizzazione degli spazi pubblici e all’annullamento della memoria che minaccia i centri urbani». Sostanzialmente, in questa frase dell’introduzione di Simona Maggiorelli, è racchiuso il proposito principale de Le mani sulla città. Dalla gentrification alla rigenerazione urbana, il libro, disponile nelle edicole e online, a cura della redazione del settimanale Left (2019), di cui è direttrice responsabile. Il lavoro editoriale non è un vero e proprio libro, tradizionalmente inteso; è, piuttosto, un insieme di più voci, una raccolta di articoli pubblicati sul giornale nel corso del tempo, con un tema comune: come stanno cambiando le nostre città, secondo il paradigma liberista ed escludente, e come, al contrario, dovrebbero cambiare, in base ad un modello comunitario ed inclusivo.

Il titolo del libro, almeno nella prima parte, è un eloquente richiamo al film di Francesco Rosi del 1963, ma da questo se ne discosta quando, alla denuncia dello stato delle cose, abbina anche riflessioni e propone esempi da seguire. A spiegarlo è la stessa Maggiorelli che scrive: «Le mani sulla città. Quelle invisibili dell’ideologia neoliberista che, attraverso il braccio armato dei palazzinari e costruttori senza scrupoli, sfregia il paesaggio e costruisce nuovi ghetti. […] Però, sono anche quelle, sapienti, della buona architettura, che sa immaginare e dare forma a edifici e quartieri che rispondono ad esigenze sociali e politiche, creando e ricreando spazi urbani a dimensione umana e collettiva».

Il libro è un testo militante, partigiano, nel senso che si schiera, fin dagli interventi iniziali di Edoardo Salzano e di Mauro Baioni, con l’idea di urbanistica quale premessa ad ogni scelta politica di sviluppo locale. Baioni, che di Salzano è stato collaboratore, nel ricordare il lavoro di quest’ultimo, appunto, sottolinea come «la questione urbanistica è affrontata come parte di un processo di rinnovamento dell’assetto sociale ed economico del Paese. Una convinzione che ha alimentato l’impegno appassionato di tutta la sua lunga vita, caratterizzata dal costante e indissolubile intreccio fra impegno intellettuale e militanza, tanto dichiaratamente e orgogliosamente di parte quanto aperto e interessato al dialogo».

«La devastazione che il neoliberismo ha causato alla vita delle città», per dirla con le parole dell’urbanista e saggista Paolo Berdini, si riscontra con la trasformazione degli strumenti urbanistici da atti politici e tecnici, che prefigurano un’idea organica di città, a regole fondate soltanto «sul motore della rendita urbana, aumentando a dismisura i valori fondiari così da permettere enormi plusvalenze alle grandi proprietà immobiliari». Del resto, sottolinea ancora Berdini, «le proprietà reali sono nelle mani del sistema del credito che si era colpevolmente prestato al gioco del finanziamento di una rendita apparentemente infinita». Il finanziamento massiccio alle opere edilizie private o pubbliche in partnership con i privati ha «causato gravi sofferenze nei bilanci e quegli istituti finanziari devono oggi rientrare ad ogni costi dell’esposizione degli anni ruggenti». Il riferimento è a tutte quelle opere, soprattutto le grandi, approvate senza un chiaro disegno sotteso, che «devono arrivare all’attuazione non perché abbiano un motivo di esistere nel quadro di una visione urbana, ma perché devono coprire i buchi di bilancio».

L’idea delle maxi opere, spesso cattedrali nel deserto, si ricollega all’organizzazione dei grandi eventi, come, per esempio, le olimpiadi o i campionati mondiali di sport, la cui possibilità «diventa un’occasione per ridefinire il volto di intere città» scrive, nel suo articolo all’interno del libro, l’architetto Camilla Ariani. Tuttavia, «questi interventi sulla città esistente possono esacerbare o ridurre le disuguaglianze», tant’è vero che, spesso, le grandi trasformazioni urbane «sono state anche il momento per allontanare e nascondere le classi più deboli che […] avrebbero potuto interferire con la costruzione del nuovo immaginario e brand cittadino utile al marketing e all’aumento della competitività e attrattività urbana».
Sul «fenomeno dell’espulsione delle classi più deboli dai quartieri degradati, per fare spazio all’invasione degli abitanti della classe media, borghesia ed élite culturali, una volta che le condizioni di vita in questi stessi quartieri» coinvolti nella rigenerazione e riqualificazione, già, nel 1963, la sociologa urbana Ruth Glass, si è espressa definendolo gentrification, termine che ha trovato spazio proprio nella seconda parte del titolo della summa prodotta da Left, che si definisce «l’unico giornale di sinistra».

Ad estromettere gli abitanti dai centri storici delle città ci sta pensando anche il colosso digitale degli affitti brevi AirBnB, che, per il giornalista Leonardo Filippi, «ha letteralmente rivoluzionato gli assetti delle principali città del pianeta, facendo esplodere il prezzo degli affitti nei centri urbani, ed espellendo da quelle zone i cittadini meno abbienti, per fare spazio a turisti, lavoratori di passaggio. Col risultato di disgregare relazioni sociali, mettere in crisi piccoli centri commerciali, far impennare il costo della vita, trasformare quartieri […] in parchi a tema per vacanzieri, sempre più simili l’uno all’altro». AirBnB sta attuando questa alterazione sociale «forte di una retorica basata sull’idea di economia collaborativa, sul potere democratico e redistributivo della rete, sulla possibilità che viene concessa ad ogni cittadino con un materasso in più di diventare imprenditore di se stesso e arrotondare il proprio stipendio», convinzioni che, del resto, sono alla base della cosiddetta gig economy, l’economia dei lavoretti, quelli nati, specialmente, dall’espansione delle piattaforme di delivery e, appunto, dai servizi delle app come AirBnB.
Nel caso degli affitti a breve termine, secondo Lorenzo Fargnoli, altro giornalista in forza a Left, «i proprietari di immobili sono attirati dai profitti triplicati rispetto ad un affitto mensile con contratto annuale e dalla garanzia di poter tornare in qualsiasi momento in possesso della propria casa», che, per certi versi, sono aspetti condivisibili, ma, per altri, «la sottrazione di case al mercato degli affitti influisce sui prezzi di mercato, escludendo non solo le fasce più povere dai centri urbani, ma anche gli studenti e i giovani legati a contratti di lavoro precari» o, comunque, occasionali come è nel caso dei lavoretti proposti da queste piattaforme.

«La città-vetrina ha bisogno di cura, non solo di manutenzione e pulizia», annota, nel suo articolo, Vincenzo Carbone, professore all’Università Roma Tre. «Perché sia riprodotta come merce-esperienza, per essere venduta come grande bellezza, ha bisogno di sicurezza e di decoro, che si generano con i presìdi di polizia e con l’espulsione di indesiderabili e reietti». Infatti, come ricorda Filippi, citando le parole della ricercatrice Ilaria Agostini, si sta applicando in città quello che i giuristi chiamano lo ius excludendi alios, ossia una facoltà connaturata da sempre alla proprietà privata, per cui posso escludere un terzo dall’uso di una cosa in mio possesso». Al riguardo, si pensi alle meglio nota architettura ostile, composta da «panchine con braccioli che impediscono di potersi sdraiare, spunzoni anti seduta disposti a vetrine, pensiline del bus arredate con listarelle di legno inclinate di 45° su cui poter sostare solo pochi minuti».

Le mani sulla città. Dalla gentrification alla rigenerazione urbana è una pubblicazione stimolante, che, per quanto di nicchia, dovrebbe essere letta da più persone possibili, non perché contiene elementi di verità pura, ma perché consente di fare considerazioni partendo dagli appunti, dalle ricerche, dalle inchieste di chi è sul campo.
Sebbene lo scritto sia alternato dalle illustrazioni di Vittorio Giacopini, le 143 pagine di un bianco acceso, quasi abbagliante, non favoriscono una lettura scorrevole, così come, in alcuni scritti, ad impedirne una immediata comprensione è anche il linguaggio utilizzato, che richiama un po’ lo stile narrativo ed intellettuale tipico della sinistra.
Il lavoro di raccolta che caratterizza questo volumetto è lodevole, in quanto consente di rendere organico un tema, sul quale, altrimenti, data l’articolazione, potrebbe aversi una visione poco chiara e incompleta.

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