Editoriale | Fatti ed errori del caso Romano. E quella destra che assomiglia alla sinistra

La cooperante Silvia Romano, vestita con una tunica verde, abbracciata dalla madre Francesca Fumagalli al suo arrivo all'aeroporto di Caimpino, Roma. 10 maggio 2020. ANSA / FABIO FRUSTACI

Una bara o più bare italiane avvolte dal tricolore. Questo sarebbe stato il risultato dell’operazione che ha portato alla liberazione della cooperante Silvia Romano, se fosse avvenuta secondo i canoni mentali degli strilli del Colosseo dei social network. Sì, perché l’alternativa al riscatto sono i raid delle forze speciali, con tutti i rischi del caso. Nel 2013 il blitz della Dsge, le forze speciali francesi, per liberare uno 007 di Parigi in ostaggio di quegli stessi Al Shabab somali che hanno imprigionato per oltre un anno e mezzo Silvia Romano, ha portato alla morte del sequestrato e di due soldati francesi nel corso dell’operazione. L’opinione pubblica italiana, in un Paese che per ‘’dottrina’’ ha sempre trattato con i rapitori nei casi di rapimenti avvenuti all’estero, sarebbe stata emotivamente e politicamente pronta al fallimento di un’operazione di questo tipo? Avremmo vissuto una tragedia nazionale, condita da polemiche ben peggiori rispetto a quelle scaturite nelle ultime ore.

La più diffusa, assolutamente legittima, su se sia giusto che lo Stato paghi il riscatto chiesto da un’organizzazione terroristica per la liberazione di un ostaggio.

Lo Stato italiano non ha mai ammesso esplicitamente di aver pagato dei riscatti, anche se ciò è emerso evidentemente dal non detto di tanti rapimenti degli ultimi anni: da quello di Luciana Sgrena, delle due Simona, di Greta e Vanessa o del giornalista Domenico Quirico. Farlo significherebbe dare un segnale alle organizzazioni terroristiche di mezzo mondo sul fatto che rapire italiani è un’operazione a rischio controllato, e particolarmente remunerativa. Ed ovviamente lo Stato italiano non può permetterselo. Ciò non toglie che nel caso di specie, il pagamento ad uno dei gruppi più sanguinari del Continente Africano per la liberazione di Silvia, potesse essere stata l’unica opzione disponibile per diverse ragioni. In primis la mancanza di informazioni sul campo, che ci ha portato ad affidarci ai servizi segreti somali e soprattutto turchi in tutte le fasi dell’operazione, fino alla sua implementazione. La seconda ragione è che per un intervento delle nostre forze speciali sarebbe servito secondo il diritto internazionale il permesso del ricostituito formalmente Stato somalo, e che quest’ultimo con molta probabilità avrebbe proposto l’utilizzo delle sue forze speciali per la liberazione di Silvia.  Alla fine l’unica strada praticabile è stata quella di affidarsi all’intermediazione turca, l’unica intelligence in grado di individuare una pista affidabile che portasse ai carcerieri della giovane italiana. Se prima di gennaio non si erano avute notizie certe su Silvia, è perché evidentemente la nostra intelligence, prima dell’aiuto turco brancolava nel buio. Ed una volta stabilito un contatto, imbastire una trattativa, verificando l’affidabilità dell’interlocutore non deve essere stato affatto facile. Qui bisogna dire grazie alle professionalità dell’AISE che secondo le ultime ricostruzioni, dal mese di aprile ha lavorato indefessamente affinché la trattativa si concludesse nel minor tempo possibile e con il migliore degli esiti.

Per uno Stato serio la vita di un italiano in pericolo, non deve avere un costo, che sia di un milione o quattro. E chiunque si sottopone, in tempi di crisi economica pandemica, al giochino contabile grillino dell’equazione da ragioniere tra i presunti milioni pagati per  la libertà di Silvia e le misure dell’ultima manovra finanziaria, commette un’idiozia. Per il semplice fatto che costui ignora che i servizi segreti di tutti gli Stati, in alternativa ai raid, operano così da sempre. Senza inoltre sapere, che ci sono fondi appositi per tali evenienze. Giuste invece i dubbi su in che termini abbiamo contribuito al finanziamento di Al Shabab. In questo caso però chiunque chi si occupa di politica, invece di polemizzare sul ritorno alla vita e alla libertà di una ventenne, ponga il tema serio delle assicurazioni per le missioni di cooperazione internazionale, e della regolarizzazione delle agenzie di sicurezza privata. Ripetere pappagallescamente quanto ci è costata, significa mettere in discussione il diritto sacrosanto alla libertà di Silvia Romano, renderla obiettivo esclusivo e vulnerabile di polemiche improduttive, che allontanano da una questione che si ripresenterà  sicuramente in futuro. Vogliamo ripetere il solito scontro tra tifoserie anche per il prossimo sequestro di un concittadino?

Purtroppo ieri c’è chi si è lasciato andare alle più turpi pulsioni moraliste e benpensanti da  feroci leoni da tastiera. Costoro ignorano che la cooperazione internazionale è un settore serio, costituito da professionisti, e che non va vilipeso sull’altare del benaltrismo provinciale di una parte degli italiani. Se un privato cittadino ha scelto di andare ad aiutare i bambini del Kenya, paese a maggioranza cristiana, tanto più dopo aver intrapreso un percorso professionale che mira a questo tipo di attività meritoria, è libero di farlo. E’ la scelta di un’esperienza di vita perfettamente compatibile con l’euforia e il coraggio dei vent’anni. Coraggio che evidentemente manca o è mancato a chi pur potendo, non è mai uscito dal proprio mondo perbenista, ossia perbene nella forma ma non nella sostanza. Sostanza che è trasparita con semplicità e forza in quell’abbraccio tra Silvia e i suoi genitori. In quel sorriso a 32 denti, di chi sa che è passato dalla monotonia della prigionia di un villaggio somalo, alla vita di tutti i giorni in famiglia e con le amicizie di sempre.

A tutto ciò si sono aggiunte le elucubrazioni sulla sua conversione su cui toccare fare una parentesi. Ci sono stati diversi casi di ostaggi convertitisi nel corso della prigionia di milizie islamiche.  In questo caso, forse non sapremo mai come realmente sia avvenuta, se sotto costrizione o spontaneamente, come dichiarato da Silvia, rinominata Aisha con il giuramento di fedeltà all’Islam. Sicuramente la sua conversione è stata un’azione che gli ha garantito ulteriori chances di sopravvivenza e non di essere ammazzata. Un atto di disperazione di chi, spalle al muro, ha visto nella religione dell’aguzzino la possibilità di restare aggrappata alla vita e ad una speranza di futuro. Una ragazzina forse ingenua, forse con convinzioni poco radicate, ha il diritto di non diventare un eroe o un martire e nessuno deve arrogarsi il diritto di fargli pesare una scelta avvenuta sotto prigionia.

Il Governo che sicuramente già sapeva della sua conversione, ha commesso un grave errore nel fare della liberazione uno show mediatico. Così facendo ha dato ai terroristi rapitori una vittoria, anche dal punto di vista della simbologia, con la conversione dell’infedele. Il premier Conte e il ministro Di Maio che evidentemente hanno subodorato l’incasso elettorale nel rivendicare politicamente la liberazione, avrebbero dovuto rendere questa una ‘’cerimonia’’ privata, lontano dagli sguardi indiscreti delle telecamere. Le immagini di una ragazza in veste islamica hanno dato il via alle peggiori elucubrazioni morbose su cosa davvero si celasse dietro la conversione della ragazza. In Italia, fino a prova contraria, vige la libertà di culto e quello della Romano resta un atto attinente la sua dimensione privata. Una scelta di natura personale di cui l’opinione pubblica si dovrebbe occupare solo dal momento in cui Silvia ‘’Aisha’’ Romano iniziasse a utilizzare i nuovi aneliti di libertà per raccontare la sua storia e fare direttamente o indirettamente proselitismo religioso. Un’eventualità rara considerando lo storico di altre rapite, ormai tutte cadute nell’oblio, forse proprio su pressione dei nostri servizi segreti. Mi auguro che anche Silvia, si vorrà far dimenticare e non cedere a chi ieri le ha già affibbiato un’etichetta di partito. Se andrà così, allora sarà giusto discuterne e dubitare di certe sue scelte. Ma se così non fosse, additarla per essere stata rapita, è quanto meno vile. E se lo si fa da destra, non si è così diversi da chi quando morì Fabrizio Quattrocchi, sparò metaforicamente i fuochi di artificio, o peggio rimase completamente indifferente anche in posizioni istituzionali di primo ordine. Un italiano in pericolo, resta un italiano in pericolo. Chiunque egli sia, qualunque idee abbia.