Contro il virus una guerra senza regole d’ingaggio

Siamo in guerra. Quante volte abbiamo ascoltato questa frase negli ultimi tempi. Politici di ogni latitudine che con aria solenne utilizzano le stesse parole per descrivere la situazione eccezionale che stiamo attraversando. Un termine che al solo sentirlo dovrebbe far tremare i polsi. Le immagini della guerra che conosciamo, noi della generazione Erasmus, sono quelle che provengono dalla Siria, dall’Iraq o dall’Afghanistan. Paesi lontani, conflitti reali. Ma abbiamo davvero paura? In che modo questo tipo di linguaggio dovrebbe cambiare il nostro punto di vista? Sull’enciclopedia Treccani la parola guerra è definita come “fenomeno collettivo che ha il suo tratto distintivo nella violenza armata posta in essere fra gruppi organizzati”. Ecco: fenomeno collettivo e violenza armata. Si potrebbe dire che la “battaglia” che stiamo affrontando contro il Virus sia un atto per disarmare l’avversario (come citava Clausewitz nel suo celebre saggio “Della Guerra”) e quindi attraverso il contributo collettivo di stare chiusi in casa si concorre alla riuscita dello scopo (una sorta di grande coscrizione obbligatoria in chiave moderna). Ma per quanto riguarda la violenza armata? Evoca “violenza” il bollettino quotidiano dei morti, l’evacuazione delle salme con camionette militari e l’invocazione dell’esercito nelle strade armato di fucili per contrastare il terribile nemico: il virus!

Forse è esagerato comparare la violenza di una guerra realmente combattuta con armi e militari alla “guerra contro il Covid19” evocata dai politici europei. E allora perché usare questo tipo di linguaggio? Ancora Clausewitz descrive la guerra come un vero strumento della politica, una sua continuazione con altri mezzi. E qual è allora lo scopo di tutto questo? Se la guerra è uno degli strumenti della politica, è per sua definizione un elemento fondamentale per la rappresentazione plastica degli obiettivi di uno Stato contro un altro Stato. Ma in questo caso il nemico, seppur individuato, è invisibile e tutti i belligeranti, almeno ipoteticamente, dovrebbero avere lo stesso obiettivo. Di nuovo il termine guerra sembra poco adeguato. E allora come mai ci si intestardisce ad utilizzarlo. Probabilmente perché “guerra” è sinonimo di eccezionalità, temporaneità (almeno a queste latitudini) e soprattutto evoca in ognuno di noi uno stato d’animo pronto ad accettare sacrifici che in una situazione normale non avremmo neanche considerato realistici.

Perché in guerra ci si difende, perché in guerra innanzitutto si pensa a salvarsi. E allora quali sono i meccanismi messi in atto per salvarci? Lo storico israeliano Yuval Noah Harari ha scritto sul Financial Times che molti provvedimenti emergenziali pensati per risolvere un problema a breve termine permangono. In Francia, per esempio, molte delle misure prese all’indomani della “guerra contro il terrorismo” sono ancora in piedi e per molti di noi ormai è diventato normale osservare dei militari in tenuta mimetica con mitragliatrici in braccio che passeggiano per le strade della città assicurando la nostra sicurezza. La guerra è una cosa seria e non ci si scherza su. In questo periodo sentiamo parlare eminenti scienziati e virologi (non politologi o strateghi) che dovremo abituarci a queste misure eccezionali per salvaguardare la nostra salute e che dovremo cambiare per sempre il nostro stile di vita. Le libertà individuali, il modello sociale e finanche la nostra vita privata sono per forza di cosa implicate durante una guerra. Ma qual è il limite? La convenzione di Ginevra o il trattato Briand-Kellog non prevedono nessun articolo che riguardi la “guerra al Virus”. Ipoteticamente questa guerra non ha alcun limite né giuridico, né morale, né tantomeno istituzionale. Le democrazie mature, si dice, hanno abbastanza anticorpi per difendersi da soli. Ma questo virus è nuovo e, scusate il facile sillogismo, gli anticorpi per combatterlo devono essere ancora sviluppati. Nelle nostre società industrializzate e altamente tecnologiche è facile cadere nella “rete” dell’ottimismo tecnologico, cosi ben definito da Clay Shirky nel saggio Here Comes Everybody, che crea da sola una barriera ad ogni deriva antidemocratica. Siamo sicuri che internet e le applicazioni ci salveranno?

Gli europei si sa sono abituati, storicamente, alle guerre. E i conflitti, anche quelli più asimmetrici, hanno spesso gli stessi risultati: morte, crisi economica, macerie. E l’Europa, che ha conosciuto il suo più lungo periodo di pace e prosperità nella storia, avverte il peso di questa responsabilità che essa stessa ha materializzato? Le invocazioni di un nuovo Piano Marshall sono reali o solo di facciata? Il piano americano che salvò il nostro paese, e non solo, è ovviamente irrealizzabile in principio in UE a causa dell’assenza di un regista esterno che gestisca le risorse in maniera adeguata al raggiungimento dell’obiettivo. In Europa l’elemento esterno non esiste. In Italia si discute di come potere sopravvivere al dopo, in Francia e in Germania, di come potere perdere il meno possibile. Due piani differenti, con altrettanti interessi diversi. La vera speranza riposa solo sull’esempio che la Storia ci ha dato: il benessere diffuso è foriero di pace.