Tutti in cucina: cambiano le abitudini degli italiani?

«La sorprendente rivincita del cibo cucinato a casa». Il titolo dell’articolo di Riccardo Luna, nella sua rubrica Stazione Futuro, su Repubblica, è un po’ nostalgico – forse, per i sapori che impregnavano la casa quando le cucine erano vive –, un po’ romantico – probabilmente, perché, nel raccontare il presente, pare richiamare il passato e perché sembra annunciare un futuro, quantomeno, prossimo –.

Effettivamente, durante questi interminabili giorni di quarantena e di isolamento forzato, le cucine sono i luoghi più frequentati delle nostre case, dove passiamo più tempo, dove diamo sfogo alle nostre paure, sublimandole in una pizza o in una focaccia, in una torta o in un crema spalmabile per i cornetti caldi di prima mattina.

E dire che, fra i sociologi e designer, si dibatteva sul cambiamento che le cucine domestiche, intese come spazi fisici, stessero avendo nelle nostre case, dato che molte di esse stavano lasciando il posto a soggiorni più ampi e accoglienti, dove poter ospitare le amiche per un tè delle cinque o per guardare, tutti insieme, l’anticipo del campionato di calcio o un film su una delle pay tv venute alla ribalta negli anni.

Con «il coronavirus» dice Luna, «il tempo si è dilatato […] e improvvisamente abbiamo riscoperto il senso e il piacere di cucinare in famiglia. Lo capisci perché nei supermercati da settimane è sparita la farina. Più ancora della farina: il lievito».
Davvero abbiamo riscoperto il piacere di cucinare in famiglia o, semplicemente, abbiamo scelto di trascorrere le nostre giornate consolandoci con delle prelibatezze? O abbiamo deciso di rispondere così alle chiusure, come in Campania, di molti ristoranti, bakery, pasticcerie, pizzerie, girarrosti, che, prima, ci consegnavano a domicilio i nostri cibi preferiti e pronti?

La mancanza di farina e di lievito non può essere il metro per valutare la spontaneità del ritorno ai sapori casalinghi, perché sono due ingredienti che, in tempi di crisi come questo – o, come la narrazione mediatica sta dicendo, di guerra – vanno a ruba, perché costano poco ed è da essi che si parte per qualsiasi prodotto da forno utile al sostentamento di sé e della propria famiglia.

Cucinare accresce le proprie competenze e dà maggiore vigore al nostro senso di autoefficacia, collude con la nostra parte narcisistica quando pubblichiamo i nostri piatti sui social a cui siamo iscritti.
Mescolare acqua, lievito e farina non solo può essere terapeutico, ma può anche essere formativo e rassicurante per i bambini, che, più di tutti, stanno soffrendo questa clausura, senza essere presi adeguatamente in considerazione da chi sta assumendo le decisioni a tutela della salute pubblica.
Lo stesso Riccardo Luna scrive di averci provato, riprovato e riuscito – finalmente – a fare il pane e di aver compreso anche una lezione di vita: «il primo era duro come un sanpietrino, il secondo era crudo. Il terzo mi sono impegnato: ho scelto le farine migliori, ho usato il lievito madre, ho fatto tutti i passaggi con calma assoluta […] Per farlo ci ho messo più di 24 ore […] Non avevo mai saputo, figurarsi capito, che dietro il pane buono ci fosse tanto lavoro, tanto amore».

Il food delivery, cioè la consegna a domicilio del cibo pronto, potrà subite una frenata a seguito di questa pandemia. La patirà non tanto per un consapevole cambiamento delle abitudini degli italiani, piuttosto perché sarà una necessità dettata dal denaro che circolerà in quantità minore: i disoccupati aumenteranno e chi, invece, un reddito ce l’ha cercherà di spendere il meno possibile.

Perciò, è davvero una rivincita del cibo fatto in casa?

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