Chi ha scelto il nuovo governo? Non il popolo

Accordo M5S – PD: gli elettori non hanno scelto questa maggioranza. Qualcuno potrebbe storcere il naso per questo incipit, abbandonare la lettura del mio editoriale e ricordarmi la laurea in scienze politiche che ho preso un po’ di tempo fa. Lo facesse pure, ma, prima, comprenda l’essenza dell’affermazione che ho scritto attraverso questa domanda: noi italiani vogliamo davvero il Governo nato?

Se il parlamentarismo dà la possibilità di fare e disfare i governi in Parlamento, ciò che conta è capire quanto, nella nostra democrazia rappresentativa, il popolo sia veramente e costantemente rappresentato dai nostri deputati e dai nostri senatori durante tutta la legislatura: quando approvano o boicottano un provvedimento, quando trasformano le maggioranze.

Non si tratta di formule elettorali o di collegi più o meno ampi. L’Italia, come qualsiasi nazione, nella sua complessità, muta quotidianamente e gli eletti dovrebbero comprendere questi cambiamenti mediante analisi accurate dei nostri comportamenti-spia. Uno di questi, a mio avviso, è desumibile dalle elezioni europee di fine maggio, i cui risultati interni hanno dato una prevalenza ad un preciso partito, la Lega.

Mi si potrebbe obiettare che la competizione europea ha le sue particolarità, tali per cui non si potrebbe fare alcun parallelo con elezioni di altri livelli. Se ciò è in parte vero, è altrettanto vero, però, che gli esiti delle urne rispecchiano, generalmente, le dinamiche storico-sociali di un paese, qualunque esso sia e al di là della bravura dei leader in campo e della loro comunicazione efficace.

Dunque, se, in un anno, la Lega è cresciuta nei consensi, qualche cosa, in Italia, è accaduta. La Lega ha, certamente, enfatizzato alcuni temi, li ha fatti diventare le sue bandiere, fino a trasformarle in leggi dello Stato, con l’aiuto del Movimento Cinque Stelle. Tuttavia, non basta per spiegare la sua crescita esponenziale, insieme ad un altro partito sovranista, Fratelli d’Italia. In una politica che non diffonde più contenuti, ma li cavalca in base al sentimento collettivo del momento, i numeri di Salvini e Meloni devono, per forza, essere interpretati partendo da una lettura, senza filtri, del sentimento popolare.

Che piaccia o no, 9 milioni di italiani apprezzano Salvini, bisogna farsene una ragione. Capire il perché sarebbe ancora meglio, ma, pure in quest’occasione (come è successo con Berlusconi), si è preferito ricorrere ad artifici per provare a fermare gli avversari. Per il bene del Paese, ovviamente. Ma chi lo stabilisce il bene?

Allo stato attuale, non lo stabilisce chi il bene vorrebbe riceverlo, cioè il popolo. Gli endorsement europei ed internazionali verso il Conte bis ne sono la prova.

Già nel bel libro di Luca Ricolfi, Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori, nel 2005, si capiva la ragione del perché la sinistra non lasci effettivamente scegliere il popolo: la sua supponenza, il suo sentimento di superiorità morale e antropologica sono il suo peggior nemico. Ne è la conferma l’articolo di Goffredo Bettini, esponente di primo piano del Partito Democratico.

Sul suo blog, presente nel sito dell’Huffington Post Italia, Bettini ricorda che la sinistra, negli ultimi vent’anni, è stata chiamata al governo «per risolvere, come un medico affidabile al capezzale di un moribondo, le emergenze della Repubblica», ruolo che, «benefico ma poco popolare», ha fatto sì che la sinistra e il PD si identificassero «con la classe dirigente e le élite del Paese».

«Questa dinamica» – scrive Bettini – «ha determinato, in un Paese con forti radici democratiche e antifasciste come il nostro, l’emergere di un blocco, costituito in maggioranza da ceti popolari, di antipolitica e di populismo reazionario e illiberale». «Questo blocco messo assieme, unito o anche separato, se si schiera contro la sinistra, non permetterà mai ad essa una speranza di vittoria per via elettorale (con le attuali leggi)». Per Bettini, insomma, sembra che, se il PD non riesce a vincere le elezioni, per andare al governo, debba provarci con le alleanze in Parlamento, anche a costo di trascurare i desiderata degli elettori.

A suo parere, questo governo trova legittimità nel «determinare una rottura strategica tra sovranismo e antipolitica. Tra Lega e 5 Stelle. […]», perché – e a questo punto la supponenza della sinistra si manifesta platealmente – «spetta a noi migliorare gli altri. Civilizzarli alla politica, alla competenza, alla responsabilità. […]».

Con l’articolo di Bettini, sembra ancora più dubbia, quindi, la dichiarata necessità di salvare l’Italia da Salvini e Meloni. Se così fosse stato, il M5S e il PD, con le elezioni, avrebbero avuto la possibilità di validare un loro successivo governo, chiedendolo direttamente al popolo, da cui, al momento, rifuggono perché sanno ciò che realmente potrebbe esprimere.