Giuseppe De Mita:”Il post di Arturo Scotto non ha senso, il centro è una cultura che cerca un equilibrio tra libertà individuali e giustizia sociale”

Nell’estate della crisi di Governo, la posizione di Arturo Scotto, espressa su Facebook, potrebbe essere interpretata come l’ennesimo post autocelebrativo di un politico, che, con i social, sta contribuendo a rendere effettiva l’equazione tra politica e comunicazione. Invece, non è così, perché l’ex parlamentare non ha fatto altro che dare un contenuto teorico alla pur viva politica italiana, animata, però, soltanto da boutade e riposizionamenti tattici finalizzati alla sopravvivenza rispetto ai probabili disfacimenti della maggioranza giallo-verde.

Scotto, nel suo post, ha affermato la necessità di polarizzare il sistema politico con una marcata caratterizzazione e distinzione fra la destra e la sinistra, a discapito della creazione di un’area di centro, che ritiene «una illusione che è finita con la crisi economica più lunga del dopoguerra», quella del 2008.

Se per l’onorevole di Torre del Greco, «il centro non esiste», all’opposto, per Gennaro Salzano – storico e docente all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli –, interpellato nello scorso articolo da noi di Istituzioni24.it, «il centro si dimostra protagonista nelle consultazioni elettorali nazionali in Italia», prima con Renzi, poi con il Movimento Cinque Stelle. Salzano, addirittura, invita quest’ultimo ad assumere il ruolo di mediatore del ceto medio impoverito ma non radicalizzato su posizioni contemporaneamente estreme e maggioritarie, preannunciando che «diversamente dovrà sorgere un’altra formazione che renda residuale la loro presenza e riporti a casa molti voti oggi accasati, obtorto collo nella Lega».

Contrario al punto di vista di Arturo Scotto e, per alcuni aspetti, anche alla posizione espressa da Gennaro Salzano, è Giuseppe De Mita, che, con Salzano, oltre a stima e amicizia, condivide i valori del popolarismo.

De Mita, già vice-presidente della Giunta regionale della Campania guidata da Stefano Caldoro, sul post di Scotto, ci tiene a premettere: «Non vorrei che il mezzo avesse condizionato i contenuti del ragionamento, ma messa in questi termini la questione non ha senso. Non lo ha per la sua conclusione e non lo ha per le sue premesse. Affermare che il centro non esista è inconcludente quanto dire che il centro esiste». «Il centro» – afferma De Mita, anche ex deputato dell’UDC nella passata legislatura – «non è uno spazio, non è un luogo intermedio di politiche tiepide che cercano equilibrismi di circostanza tra due tendenze contrapposte. Il centro è una cultura. Non quella della mediazione. Ma quella del progresso possibile, che farei fatica a liquidare come illusione».

Il centro, come esperienza storica e non come spazio geometrico, è coinciso, in Italia, con il cattolicesimo popolare, prima sturziano e poi democristiano. Esperienza politica che ha fatto la storia italiana: «la cultura popolare è quella che portò Sturzo a manifestare insieme ai socialisti perché la terra fosse tolta ai proprietari terrieri, ma a dissentire da essi perché, anziché darla allo Stato, fosse data ai contadini» dice De Mita ai nostri taccuini, ed è quella che «ispirò Moro, nell’Assemblea Costituente, a distinguersi dai liberali, che, invece, volevano una costituzione a-fascista, sostenendo che l’alternativa, sul piano storico, ai totalitarismi coincideva con l’antifascismo e che, senza questa precisa qualificazione, l’ispirazione democratica della Repubblica sarebbe risultata sbiadita».

Giuseppe De Mita possiede una cultura storica e politica che esprime con rara lucidità, proprio come suo zio Ciriaco: «Come tutte le culture, anche quella centrista o popolare, è messa alla prova delle trasformazioni sociali e, dinnanzi ad esse, misura la propria attualità nella capacità di risolvere conflitti che il processo storico fa emergere». «E il conflitto di questo tempo» continua la sua riflessione, «va individuato proprio nella perdita di un punto di equilibrio tra istanze di libertà e esigenze di giustizia sociale. Il neoliberismo, cui si riferisce Scotto, è solo un pezzo, per quanto significativo, di questo conflitto».

«La destra, oggi, prevale perché la rincorsa verso il riconoscimento di diritti in ogni campo, spesso svincolati dai doveri, non più protetti in termini di tutela effettiva e di giustizia sociale, ha generato nelle persone un profondo senso prima di ingiustizia – il rancore – e poi di insicurezza – le paure –. Attualmente, avere una libertà in più che non si ha, però, senza garanzie effettive è diventato un rischio che non si vuole più correre. La destra offre sicurezza in cambio di libertà. E la sinistra libertaria perde perché non ha colto il senso di questa dinamica» analizza il politico e avvocato irpino.

«La questione è allora se la cultura centrista sia all’altezza di questa sfida» si domanda, retoricamente, De Mita. La risposta è scontata: «Io credo di sì, al di là dell’astratta disponibilità di spazi elettorali, che hanno più il sapore della convenienza che della rappresentanza. Perché essa è una cultura che pone come fine della politica e delle istituzioni le istanze di piena realizzazione della persona e ricerca i mezzi per garantire l’effettivo raggiungimento di questo scopo», dove, per persona, non si intende l’individuo considerato «come singolo assolutizzato nelle sue pulsioni egoistiche, ma come soggetto di una comunità di relazioni che si compie proprio nella solidarietà con l’altro. Il centro, cioè, ha in sé l’attitudine a ricercare l’equilibrio possibile e progressivo tra libertà e giustizia sociale, lontano da schemi classisti, antropologici, sociologici e economici».

Una questione non banale se si pensa che, «il modo per perseguire questo obiettivo nel passato recente, anche a sinistra, è stato proprio il neoliberismo, che oggi si vorrebbe abbattere. Per la cultura popolare, il neoliberismo non è stata una suggestione, perché in esso la corsa alle libertà, per lo più declinate nella dinamica dei consumi, ha trasformato la persona in un individuo slegato dalle logiche di solidarietà sociale».

«Se la cultura del centro si è perduta negli ultimi lustri è perché ad essa è mancata la presenza di interpreti capaci di leggere il processo storico in corso, alla luce di quella ispirazione. E perché, quelli che ha avuto, hanno ceduto, insieme ai loro critici, all’idea che il centro fosse uno spazio e una quantità, non una precisa cultura democratica» ribadisce De Mita, che, prima di salutarci, sostiene: «Mi dispiace trovarne conferma nelle tesi sia di chi confonde il centro con la tattica renziana sia di chi, altrettanto sbrigativamente, lo fa coincidere con il grillismo». Insomma, il centro esiste ed è più vivo che mai. Almeno, sul piano politologico.