«Come sopravvivere alla Chiesa Cattolica e non perdere la fede», il prontuario di Alberto Porro in libreria

Il libro di Alberto Porro, autore di Come sopravvivere alla Chiesa Cattolica e non perdere la fede, edito da Bompiani lo scorso mese di giugno, si fa notare sugli scaffali delle librerie: un titolo provocatorio, una copertina dal colore semplice e rassicurante – accompagnata da due bambini intenti a pregare, disegnati un po’ retrò –, un numero abbordabile di pagine da leggere. Queste caratteristiche del libro – soprattutto il titolo – paiono studiate attentamente da un punto di vista commerciale, perché l’autore e l’editore hanno puntato su due aspetti critici della fede cattolica: da un lato, sulla diffidenza e sull’ostilità dei suoi detrattori, dall’altro, sul bisogno, quasi esistenziale, di molti credenti di trovare conforto e condivisione dei loro sentimenti, non sempre positivi, nei confronti della Chiesa di Roma.

Il volume è rivolto a questi ultimi, è chiaro nel layout delle pagine, è snello ed è facile da leggere. È composto da dodici capitoli, ognuno dei quali racconta il fatto, evidenzia il pericolo connesso al fatto, suggerisce le tattiche che ciascun parrocchiano potrebbe attivare per non spegnere la propria fede. Il linguaggio utilizzato è tipico dei pamphlet, satirico ma mai blasfemo, anzi, il tono di scrittura è quello di una persona che ha cuore le sorti della comunità cattolica perché ci crede davvero alla grande famiglia di Cristo, vivendola ogni giorno.

Infatti, Porro, che si occupa di editoria per bambini e adolescenti da oltre trent’anni, vive, con sua moglie e sui cinque figli, nella Comunità di famiglie Sichem a Varese. Un progetto, orientato dai valori dell’accoglienza e della solidarietà, in cui delle famiglie, come scrive il sito web, «hanno cercato e trovato una nuova casa, le une accanto alle altre, per condividere le gioie e le sofferenze di oggi, ma anche le speranze per il domani, e per allargare la propria casa all’accoglienza verso altre persone e famiglie in condizione di temporaneo bisogno». In un tempo dominato dall’individualismo e dall’isolamento, la famiglia di Alberto Porro, insieme con tante altre, ha deciso, quindi, di convivere, seppure ognuno nella sua casa, in questa sorta di condominio/quartiere solidale, in cui spazi emotivi e fisici si mescolano e si condividono per fare esperienza di comunità cristiana.

Quello di creare una comunità ispirata a e da Cristo è anche lo scopo di questo libro, un manuale di sopravvivenza a storture che accompagnano la vita di tante parrocchie, alle quali, però, non si riesce a trovare delle soluzioni o per convenienza o per incapacità a fare una sincera analisi collettiva.

Porro non si capacita del perché il sentimento più diffuso fra i fedeli, quando vanno a Messa, sia la noia e non la gioia di partecipare al banchetto nunziale con Gesù Cristo: «Un fatto straordinario come una cena con un amico che sta per morire si trasforma in un’abitudine reiterata meccanicamente, frasi dense di significato diventano una cantilena che ne diluisce il senso».

Sebbene non ne parli espressamente, in quanto si sofferma sulle omelie soporifere di certi preti, è da notare che alcuni passaggi della funzione appaiono poco disponibili all’incontro con l’attenzione dei fedeli – sempre più scarsa – e più sensibili al rispetto del rito: nel Salmo Responsoriale, che fa parte della Liturgia della Parola, e nelle Preghiere dei Fedeli susseguenti al Credo, per esempio, l’assemblea rischia di non seguire i passaggi dei Salmi e le invocazioni presentati dal lettore dall’ambone, perché deve ricordarsi e ripetere dei ritornelli spesso composti in una forma lessicale poco usata nella quotidianità.

È, tuttavia, sul segno di pace – scambiato distrattamente – e sulla predica al Vangelo che Alberto Porro si concentra per rilevare l’assenza emotiva dei partecipanti alla Messa. Sul primo, scrive: «Il pericolo è credere che così la pace sia stata effettivamente scambiata, […] è pensare che quei due secondi e mezzo ti abbiano riconciliato con tutta la comunità che in realtà nemmeno conosci». Sulla seconda, invece, afferma: «La predica è pericolosa quando non c’entra niente con le letture, quando non c’entra niente con la vita, quando può dirvi tutto e il contrario di tutto a seconda di chi la declama. Se si riduce a un’opinione più o meno brillante non è una predica, ma una conferenza senza diritto di replica».

Il libro dà alcuni suggerimenti pratici per fermare l’emorragia di fedeli dalle Chiese e mitigare le emozioni negative troppe volte assecondate; consigli che, comunque, richiedono, per prima cosa, un passo indietro dei parroci in favore di una maggiore apertura all’impegno dei laici nelle parrocchie. Poi, si deduce dal testo che la rinnovata presenza dei laici vada, senz’altro, a braccetto con la costruzione di una Chiesa in uscita, che vivifichi il Vangelo dell’evangelista Matteo, che scrive: «Voi uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso», in modo particolare «zoppi, storpi, ciechi, sordi».

In attesa del tour di presentazione del libro nelle parrocchie, che parte dopo l’estate, noi di Istituzioni24.it abbiamo intervistato l’autore.

Andare a messa la domenica, sposarsi in Chiesa, battezzare i figli, mandarli al catechismo, fare la carità: il cattolicesimo è diventato tutto rito e poca pratica quotidiana?

«Il rito fa parte della vita, è il modo di rappresentare simbolicamente qualcosa di più grande. Un segno che indica qualcosa d’altro. Addirittura, nella consacrazione del pane, il segno è qualcos’altro. Quando, però, i riti diventano ripetitivi e abitudinari si rompe il legame con il significato del segno e rimane una bellissima scatola vuoto. Beh, bellissima poi è un pochino esagerato. Chiedete a mia figlia quindicenne se la Messa della domenica è bellissima. Io mi sono chiesto perché: perché il cuore di un adolescente non si accende quando va a catechismo, a Messa o in parrocchia? Perché l’unico contatto con un essere vivente che mi può capitare a Messa è durante lo scambio della pace, con gente sconosciuta, che non vedrò mai più?».

«Imparare a difendersi dalla Chiesa cattolica, che in teoria sta dalla tua parte ma in pratica ti tollera a malapena». Ci spiega meglio questa sua affermazione contenuta nella premessa del libro?

«Mi spiego dicendo che è ben visibile uno scarto tra la dottrina e la pratica, tra la teoria e la vita delle comunità parrocchiali, tra quello che diciamo di dover essere e quello che poi si realizza nel concreto. Per cui, è vero che una famiglia piccola chiesa è quella con tanti figli, che va a Messa, partecipa al gruppo familiare in parrocchia e manda i figli a catechismo; poi, però, i bambini disturbano se fanno rumore, a Messa non conosci nessuno, cosa fare al gruppo famiglie parrocchiale lo decide il parroco che non ha una famiglia. Quindi, il risultato di quarant’anni di progetti unitari di catechesi mirabolanti è che almeno tre generazioni di ragazzini, dopo la cresima, se ne vanno dalla Messa e persino dalla Chiesa cattolica. Perché?».

La Messa di oggi – dice – «non è un momento di amicizia fra compagni che si ritrovano per ricordare il Signore e per darsi una mano», ma un semplice impegno da assolvere senza risvolti per la crescita di una relazione con l’altro. Forse, perché le Chiese sono piene di cosiddetti fedeli occasionali?

«Non so chi siano i fedeli occasionali, che, comunque, avranno pure una loro parrocchia da qualche parte. Provo a partire dalla fine: che cos’è la comunità? Meglio: chi è la comunità in questa parrocchia? Quando entro in una famiglia, incontro delle persone non dei posti a sedere. E quando vado a Messa non dovrebbe essere la stessa cosa? La Messa è pericolosa quando è ripetitiva, abitudinaria e obbligatoria. Non si può obbligare ad amare, giusto? Naturalmente, sto esagerando per cercare di centrare l’obiettivo: vogliamo sopravvivere o vivere? Cambiamento, non sopravvivenza, questa è la parola magica di Papa Francesco. Propongo di sedersi dieci minuti allo scambio della pace, portarsi le foto dei figli, e provare a conoscere i vicini. Qualcosa succede».

La pedagogia moderna individua più stili di apprendimento e, di conseguenza, diverse metodologie attive per intercettare quante più persone possibili. I sacerdoti già ordinati, quindi, dovrebbero tornare sui banchi e quelli in formazione dovrebbero, fin dal seminario, essere addestrati a parlare in pubblico?

«I preti – non direi sacerdoti perché il sacerdozio è di tutti i fedeli e deriva direttamente dal sacerdozio di Cristo – o pastori, presbiteri, religiosi, parroci – i preti insomma – già ordinati dovrebbero stare nella comunità della quale, almeno per qualche anno, faranno parte. Sono una parte della comunità, hanno un compito preciso, ma non sono la comunità. Quindi, caro parroco impari a stare con gli altri, ad ascoltarli e a sorprenderti delle persone che incontri. Non offri una prestazione ma vivi con la comunità che un pochino ti aiuta come prete a crescere. Magari, non fai tutto tu e soprattutto sui soldi, lasci fare a chi ci capisce qualcosa. Per quelli in formazione, la stessa cosa. La formazione deve essere inclusiva, non una separazione dal mondo per paura di perderli ancora prima che arrivino all’ordinazione».

Capita, spesso, di vedere molti bambini alla Messa a loro dedicata durante il periodo del catechismo. Una volta ricevuto il sacramento si volatilizzano. Lei scrive che i genitori non dovrebbero delegare la formazione cristiana ai catechisti ma dovrebbero essere loro, in primis, ad occuparsene. Dunque, la smaterializzazione post-Comunione è da rintracciare nei comportamenti sia della Chiesa sia della famiglia?

«In effetti, qualche domanda dovremmo farcela. Ho come la lieve sensazione che quel Gesù biondo, circondato da pecorelle ebeti in paesaggi valdostani di prati verdi e soli molto gialli, che la catechesi della iniziazione cristiana ci ha raccontato, sia una rappresentazione così infantile da apparire proprio come una favoletta per bambini. Al punto che quando poi non sei più bambino, tendi a lasciarla da parte perché con la tua vita normale non c’entra nulla. I genitori sono genitori in tutto, anche e soprattutto nella fede. La comunità aiuta i genitori che aiutano i figli a incontrare il Vangelo. Ma, chiedo: chi oggi ha letto il Vangelo, tutto, dall’inizio alla fine?».

Dio è un Padre buono che perdona tutto; la Chiesa, sebbene di derivazione divina, tende maggiormente a tacciare e condannare. I fedeli si allontanano dal vivere attivamente la Parrocchia perché si sentono troppo oppressi dalla mannaia del peccato?

«La Chiesa è la comunità dei credenti, il popolo di Dio che cammina nella storia, dice il Concilio Vaticano II, che si tiene per mano e cammina nella stessa direzione, guardando lontano, con il cuore pieno di riconoscenza. Poi, improvvisamente, qualcuno intima l’alt alla truppa, ferma tutti quelli che stanno camminando, indica con il dito una poveretta e le dice vai in fondo perché hai peccato, così impari. Ma ti sembra? Questa è la comunità che si abbraccia e si sostiene? Ma se tuo figlio sbaglia cosa fai, non lo guardi più in faccia per un mese? Ancora, c’è il problema che, spesso, la gente non si accorge più di essere nel peccato, come si dice. Guardi che essere nel peccato vuol dire anche produrre rifiuti tossici, non pagare le tasse, non accogliere lo straniero».

Questa è una società che ha bisogno di Dio?

«Di certo non è più cattolica. Da cosa si vede che Dio c’è? Secondo me, questa società ha bisogno di donne e uomini con i quali è bello stare, persone libere non di farti la predica ma di morire per la giustizia, di scegliere i poveri, di costruire la pace, di scegliere di prendere sul serio il punto di vista dell’altro come una buona occasione per trovare la verità, pensanti più che credenti. Nella sua celebre intervista a pochi giorni dalla morte, il Cardinal Martini diceva che la Chiesa è rimasta indietro di duecento anni e poi si chiedeva Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? La comunità cura la paura, magari seduti intorno alla tavola, con tanti bambini che giocano e fanno casino. Proviamo».