Editoriale | La mia retromarcia sull’accordo Italia-Cina, un’opportunità in nome del sovranismo

Ho letto gli il Memorandum of Understanding Italia-Cina. Ho letto la lista dei 29 accordi commerciali e istituzionali, posso dunque fare un paio di considerazioni sparse. L’accordo non è vincolante, non è un trattato internazionale ha però un peso politico non indifferente. Siamo di fronte alla prima adesione di un Paese del G7 (tale considerazione proviene soprattutto dai media americani) alla Belt and Road Initiative cinese, meglio conosciuta come Nuova Via della Seta, progetto strategico della Repubblica Popolare per migliorare i suoi collegamenti con i paesi eurasiatici.
Il #MoU firmato dal presidente Conte e il presidente Xi Jinpingrichiama esplicitamente all’Accordo UE-Cina 2020 e la Piattaforma per la Connettività Ue-Cina. Gli isterismi di Francia e Germania lasciano dunque il tempo che trovano se si considera che qualche settimana fa, hanno sottoscritto il Trattato di Aquisgrana la cui finalità è un disegno egemonico sull’Unione Europea. Abbiamo come Italia, un saldo negativo di bilancia commerciale con la Cina di 17 miliardi di euro per il 2018.  Ciò accade perché la Cina è la seconda economia mondiale ma anche una dittatura comunista con un capitalismo a forte controllo statale. È dunque difficile per le nostre aziende esportare in quel paese a parità di competitività. Tutti gli accordi istituzionali per agevolare le possibilità di fare impresa delle nostre aziende, su tutte il partenariato economico di CDP (Cassa Depositi e Prestiti) con la Bank of China, il quale prevede un piano di emissioni di “Panda Bond” da 5miliardi di Renminbi destinati ad investitori istituzionali operanti in Cina, servono a recuperare il passivo del nostro export.
Secondo CDP ”i proventi derivanti dalle emissioni verranno utilizzati per finanziare – direttamente o indirettamente – succursali o controllate di aziende italiane con sede in Cina e quindi supportarne la crescita. La liquidità raccolta sarà veicolata alle imprese sia attraverso le banche italiane presenti in Cina, sia attraverso le banche cinesi. Con tale piano di emissioni, CDP sarebbe il primo emittente italiano, nonché il primo Istituto nazionale di promozione europeo, ad esplorare questo tipo di mercato.” CDP e BoC hanno previsto anche un linea di credito per 4 miliardi di RenMinbi per le aziende italiane che vogliono investire nell’ex Impero Celeste.  Inoltre sono stati previsti accordi inoltre per eliminare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni e le elusioni fiscali, per un’uniformità degli standard fitosanitari in modo da consentire l’export di agrumi, e investimenti sulla portualità. La direttrice Sud di accesso al Vecchio Continente della Belt and Road Initiative passa così dal Pireo all’Italia con i porti di Trieste e Genova. Questo perché il porto greco di proprietà cinese, dal punto di vista della retroportualità e del trasporto merci è collegato ai Balcani, ancora indietro dal punto di vista infrastrutturale.
I due porti italiani hanno un alto grado di connettività logistica con il nucleo economico Europeo, la Germania. Non è un caso che la Merkel pur criticando l’approccio italiano, abbia detto ” che studierà attentamente il memorandum”, a differenza di Macron molto più severo nel commentare l’intesa italo-cinese. Il motivo è semplice, Trieste e Genova con questo accordo rubano il ruolo di accesso all’Europa della Cina, che avrebbe potuto puntare sul porto di Marsiglia e questo Macron lo sa benissimo. Dispiace che il Mezzogiorno sia tagliato fuori dalla BRI nonostante abbia varchi portuali di primaria importanza come Gioia Tauro, Palermo, Napoli o Taranto.
Ovviamente ci sono rischi, i quali sono però contenuti dall’esistenza stessa dell’UE che ha la competenza esclusiva in materia di commercio con i paesi terzi, dunque anche di dazi doganali. La Cina fa a gola a tutti, ma dal momento in cui dovesse praticare politiche di dumping commerciale selvaggio, lo strumento dei dazi potrebbe non rimanere una sola prerogativa statunitense anzi. Sul rischio concreto delle TLC (telecomunicazioni) e sulla fornitura di tecnologia 5G targata Huawei ai nostri operatori, l’attenzione dev’essere massima. Mentre il filo-cinese M5S ha dunque messo il cappello sul Memorandum (con la Lega però non del tutto esente dalle trattative con il sottosegretario Geraci e il ministro Centinaio), il partito di Matteo Salvini ha giustamente tenuto alta la guardia, preparando secondo alcune indiscrezioni, una bozza da presentare in CdM sul rafforzamento della Golden Power sul 5G. Questa legge consente l’esercizio dei poteri speciali con riguardo a tutte le società che svolgono attività di rilevanza strategica e non più soltanto nei confronti delle società privatizzate. La Cina è un avversario? Sì sicuramente. Ma al contempo è anche un’opportunità e ciò in Europa lo sanno tutti. Regno Unito, Francia e Germania che esportano molto più di noi nel gigante asiatico, ne sono la prova. L’Italia che già con Renzi nel 2015 aderì all’Asia Infrastructure Investment Bank, e con Gentiloni fu l’unico Paese del G7 presente al summit sulla BRI del 2017, in totale coerenza con la vulgata che la vuole sovranista, ha deciso prendere l’iniziativa senza aspettare l’assenso dello Juncker di turno, di Parigi, di Berlino o della stessa Washington.