La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani compie 70 anni

ROMA – A settant’anni dalla proclamazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della Dichiarazione Universale dei diritti umani, avvenuta appunto il 10 dicembre 1948, possono dirsi compiuti? È di queste ore l’ennesimo efferato omicidio/suicidio, figlicidio/femminicidio, dove il più altro tra i diritti umani, la VITA, viene cancellato con un colpo di pistola, da un individuo reputato “una brava persona” che decide, sponte sua, di mettere fine alla vita non solo della compagna ma anche dei propri figli. Viene da chiedersi, se queste sono i comportamenti delle brave persone, quelle cattive come ci si aspetti che si comportino. Ancora, abbiamo assistito, tra l’attonito e l’incredulo a giovani vite spezzate, per aver avuto il desiderio di partecipare ad un concerto di un seppur molto discutibile, rapper, dove sta la libertà di autodeterminarsi?
Ebbene, credo che il percorso sia ancora lungo, a nulla sono valsi millenni di donne e uomini che ci hanno passato un testimone che non riusciamo a far oltrepassare gli innumerevoli ostacoli posti dalla nostra società che passa dalla violenza alla devastazione con troppa facilità. Ogni sapere dovrebbe mirare al miglioramento dell’essere umano e della sua esistenza, alla sua felicità, il potere spesso non vuole che la gente, il popolo, scopra la conoscenza, infatti è più facile orientare l’opinione, i gusti, le scelte, tenendolo nell’ignoranza. Ne abbiamo illustri esempi, uno tra tanti Hypatia che doveva essere un esempio di quello che sarebbe accaduto alle donne che non rispettavano i modelli. Il suo amore per il sapere era talmente forte che decise di rompere gli schemi precostituiti della società del tempo (IV- V sc. D.C.) non sposandosi e non avendo figli, sposa della sola verità, probabilmente, oggi avrebbe detto:”Voi ragazze siete fortunate, avete leggi che vi consentono di studiare e lavorare e siete brave! Nessuna legge vi impedisce di partecipare alla vita accademica! Non fermatevi davanti ai pregiudizi, pretendete di fare il lavoro che vi piace e per cui vi siete preparate, unitevi fra voi e proteggete i vostri diritti che, ricordatelo, come sono stati conquistati, possono essere persi”. Secoli dopo, durante la rivoluzione francese Marie-Olympe de Gouges, ritenuta a torto una cortigiana, fa della difesa dei diritti delle donne un compito che assolve con ardore. Rivolgendosi a Maria Antonietta redige la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, ricalcata dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, nella quale afferma l’uguaglianza dei diritti civili e politici tra i due sessi, insistendo perché si restituiscano alla donna quei diritti naturali che la forza del pregiudizio le hanno sottratto. Fu ghigliottinata “per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso ed essersi immischiata nelle cose della Repubblica”.

Guardando a tali esempi sicuramente, tanti passi avanti sono stati fatti, ma oggi se non si interviene prontamente nell’attribuire la giusta dimensione dei valori, conservandone la memoria, custodendoli gelosamente e rafforzandoli, i trent’anni che ci separano dal centenario della Convenzione, ci costringeranno a riscriverne una tutta nuova.

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