Vergogna Banco di Napoli: ora nasca la “Banca del Sud”

Banco di Napoli. Una vicenda cominciata nel 1539 che ha attraversato quasi 5 secoli della nostra storia.

Nato come Banco della Pietà, per la concessione di prestiti su pegno e senza interessi, nel 1584 aprì una cassa di depositi, riconosciuta da un bando del viceré di Napoli nello stesso anno. Successivamente, altri istituti similari furono fondati in Napoli tra il 1587 ed il 1640: Banco dei Poveri (1563); “Banco della Santissima Annunziata” (1587); “Banco del Popolo” (1589); “Banco dello Spirito Santo (1590); “Banco di Sant’Eligio” (1592); “Banco di San Giacomo e Vittoria” (1597); “Banco del Salvatore” (1640). Per circa 2 secoli ognuno di loro lavorò per proprio conto, fino a quando nel 1794 un decreto di Ferdinando IV di Borbone, nel 1794, ne decise l’unificazione nel Banco Nazionale di Napoli. Una storia, quindi, lunga e prestigiosa che si è conclusa definitivamente il 26 novembre scorso, con un affronto di lunga “gestazione” da parte del sistema bancario nazionale. Affronto iniziato nel 1997 quando Bnl e Ina se ne impossessarono per una cifra irrisoria, appena 63 miliardi di lire (solo il palazzo di via Toledo, sede della direzione generale, ne valeva 100), proseguito nel 2001 quando la Bnl la rivendette per ben 1.700 miliardi (sempre di vecchie lire) alla San Paolo di Torino che due anni dopo decise un ulteriore investimento di 4.000 miliardi di lire per acquisire l’intero mercato del credito meridionale e completato il 26 novembre scorso con la definitiva incorporazione in Intesa San Paolo, con perdita anche di quel minino di autonomia che ancora gli restava, anche se il suo logo continuerà a campeggiare sulle agenzie del Mezzogiorno fino al 2020. Ovviamente più per convenienza di Intesa San Paolo che del Sud. Detto questo, avrebbe potuto un giornale che nasce oggi a Napoli e che intende partecipare con le proprie idee alla sviluppo della Campania e del Mezzogiorno fingere di non essersene accorto? Assolutamente. Anche perchè siamo consapevoli che nessuna area e, quindi, neanche il Mezzogiorno, può crescere se non può fare affidamento su di una banca di riferimento che investa lì, quello che lì raccoglie. E, invece, dalla svendita del Banco di Napoli – ovvero dal 1997 ad oggi – il Sud è (con buona pace di chi oggi protesta per la scomparsa del “logo”, dopo aver a lungo taciuto per la scomparsa della banca) completamente fuori dal circuito creditizio che conta. Non può certo dirsi soddisfatto della esistenza (si fa per dire) di quella Banca del Mezzogiorno  che nessuno conosce dal momento che i suoi sportelli sono anonimamente confusi fra quelli degli uffici postali. E neanche in tutti. Di conseguenza, assolutamente inadeguata a fare da mallevadrice del necessario protagonismo delle risorse locali indispensabile a favorire la coesione sociale e garantire legalità e sicurezza all’intero sistema creditizio, indirizzando gli investimenti verso nuove forme di produzione, sostenendo le imprese meritevoli e assicurando al Sud condizioni di mercato del credito uguali al resto d’Italia. Non si può continuare a costringere le imprese merdionali a pagare  un tributo sempre maggiore  alla debolezza del proprio sistema bancario: per la problematicità dell’approccio, per la richiesta di finanziamento e, poi, per l’eccessità del relativo costo del denaro, quando e, soprattutto se, riescono ad ottenerlo. Da qui l’esigenza dell’istituzione di una banca del Sud che abbia come sua area di riferimento l’Italia  al di sotto del Garigliano che ne sostenga l’economia e l’aiuti a crescere. Un parto alla cui gestazione potrebbe contribuire, visto che il vecchio Banco di Napoli non esiste più, anche la Fondazione omonima.

Certo, subito dopo la elezione a nuova presidente dell’Ente di via dei Tribunali, la neo eletta Rossella Paliotto ha detto “basta invesimenti bancari”. Per carità, sia chiaro, nessuno le chiede d’investire le risorse della Fondazione nelle banche.

Considerato, però, che fra i compiti assegnati alla stessa c’è anche quello della promozione dello sviluppo economico e culturale su tutto il territorio nazionale e all’estero, la Fondazione potrebbe ricordarsi di essere originaria del Mezzogiorno e che anche quest’area fa parte del territorio nazionale e, quindi, nessuno si scandalizzerebbe se provasse a farsi carico di un tentativo di consorziare tutti gli istituti di credito di espressione prettamente meridionale e di provvedere al coordinamento degli altri organismi creditizi presenti sul territorio, al fine di creare un effetto moltiplicatore degli interventi finanziari a favore del suo sviluppo imprenditoriale. Non è facile, ma neanche impossibile. Da napoletano e meridionale a napoletana e meridionale, per Napoli e il Mezzogiorno, dottoressa Paliotto, forse vale la pena di provarci. A meno che, ovviamente, non debba, in cambio della risorse per la gestione ordinaria, dar conto del suo operato al sistema creditizio nazionale.  Per il quale una Banca del Sud, è come un pugno nell’occhio.

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